Falchi: la recensione del film di Toni D'Angelo

28 febbraio 2017
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Fortunato Cerlino, Michele Riondino, Stefania Sandrelli e Pippo Delbono sono gli interpreti del terzo film del regista napoletano, un originale poliziesco urbano.

Falchi: la recensione del film di Toni D'Angelo

Peppe e Francesco sono due poliziotti di Napoli, della squadra speciale dei Falchi, che lavorano in coppia. In sella alla loro moto, senza divisa, combattono il crimine entrando nei vicoli più stretti e nelle strade più buie, rischiando la vita e senza sapere se hanno a che fare con tossici scippatori o criminali più pericolosi. Francesco, il più giovane, è tornato da poco in servizio, soffre ancora per le conseguenze di un terribile errore sul lavoro e cerca sollievo ai suoi sensi di colpa nella droga e nella vendetta. Peppe alleva cani da combattimento. Quando il loro commissario si suicida perché indagato per rapporti con la camorra, qualcosa si rompe dentro entrambi, che iniziano a cercare il sogno di una (im)possibile rinascita.

È un film buio e notturno, sia in senso fisico che metaforico, il terzo lungometraggio di Toni D’Angelo, interessante sceneggiatore e regista napoletano, figlio della star della musica e del cinema popolare Nino D’Angelo, autore della bella colonna sonora. Falchi,dichiaratamente un poliziesco urbano, somiglia più a un noir per l’ambientazione in gran parte notturna, ma soprattutto per la storia, incentrata sull’interiorità di personaggi che non parlano molto ma sono determinati dalle loro azioni, chiusi in se stessi e nel loro dolore, amici ma sconosciuti l’uno all’altro come a loro stessi. È un film che richiama alla mente molti e disparati modelli: il feroce e doloroso polar francese di Olivier Marchal, il gangster movie orientale degli anni Novanta di John Woo e Johnny To e anche un certo cinema di Wong kar-wai (impressione accentuata dal fatto che i veri cattivi sono in questo caso cinesi), oltre alle atmosfere dei polizieschi di Abel Ferrara, con cui D'Angelo ha lavorato..

Più che di citazionismo, però, sembra trattarsi della rielaborazione personale e a volte inconsapevole di uno spettatore appassionato del genere di cui si è nutrito e che ha i nostri stessi riferimenti. Di fatto, non ne esce un’opera passivamente derivativa, ma uno sguardo originale su una realtà tante volte raccontata al cinema e in tv. D’Angelo si tiene giustamente lontano dalle mitragliate di parole e azioni feroci al cui interno vivono i protagonisti di Gomorra: i suoi falchi parlano poco e sembrano, più di altri loro colleghi, condannati a un limbo a metà tra legge e crimine, come i poliziotti raccontati con maestria dal cinema di William Friedkin. È affascinante lo stile scelto dal regista, che ci fa seguire i personaggi nelle loro folli corse per poi distaccarsene e allontanarsi da loro, a volo d’uccello sulla città, che diventa un intrico geometrico di strade, piazze e vicoli affacciato sul porto, dove la presenza umana scompare.

Quello che colpisce e convince del film è questo modo diverso di vedere un luogo e un genere conosciuto, lo spazio urbano di una città bella e impossibile dove i due falchi non riescono mai a volare alto ma restano sempre, se non per brevi attimi, rinchiusi e attaccati alla terra. Con accenti da tragedia greca la loro storia volge verso una fine prevedibile, ed è forse questo il punto più debole del film: se, infatti, la riconoscibilità dei tòpoi di un genere favorisce l’adesione del pubblico, il fatto di intuire troppo presto dove si andrà a parare rischia di fargli perdere interesse nella storia narrata. A riscattare però il ritmo un po’ discontinuo della narrazione e il finale annunciato ci pensano gli interpreti. Fortunato Cerlino riesce a togliere al suo poliziotto arrabbiato, ferito e triste, come il cane che si trova ad adottare, ogni accenno alla ferocia di Don Pietro Savastano, cesellando un altro bel personaggio. Michele Riondino aderisce anche fisicamente al suo tormentato Francesco, e pur rischiando a tratti di andare sopra le righe, si produce in un’interpretazione convincente, in un ruolo agli antipodi di quelli in cui siamo soliti vederlo, mentre Pippo Delbono e Stefania Sandrelli arricchiscono il film con due misurate e pregevoli partecipazioni.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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