Enola Holmes: la recensione del film Netflix con Millie Bobby Brown

21 settembre 2020
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Innocuo e gradevole film d’avventura per young adults, quello diretto da Harry Bradbeer (che, come in Fleabag, fa rompere a Millie Bobby Brown la quarta parete) è il perfetto corrispettivo cinematografico delle “Storie della buonanotte per bambine ribelli” di grande successo nelle librerie.

Enola Holmes: la recensione del film Netflix con Millie Bobby Brown

Dalla prima scena del film che ne racconta le avventure, e giù giù fino all’ultima, l’Enola Holmes interpretata dalla teen-idol Millie Bobby Brown (la Eleven di Stranger Things, per capirsi) fa quella cosa che in gergo si chiama “rompere la quarta parete”. Ovvero, si rivolge direttamente al suo pubblico: non solo con la voce narrante (che è sua) ma guardando dritto nella macchina da presa, e quindi verso lo spettatore.
Una scelta di messa in scena, questa, che la dice lunga non solo sul tono del film, ma sulla sua natura e le sue intenzioni. E, soprattutto, sul rapporto che vuole avere con i suoi spettatori e su chi sia il suo pubblico di riferimento.

Enola Holmes racconta di come la sua protagonista, cresciuta in solitaria da una madre femminista in una grande casa di campagna, ed educata in maniera insolita per una ragazzina dell’Inghilterra vittoriana, si trovi, compiuti i sedici anni, di fronte all’improvvisa sparizione della genitrice e all’incontro con due fratelli che non vedeva la lunghissimi anni: Sherlock e Mycroft Holmes.
È a questo punto Mycroft - che, per discutibili ragioni narrative, qui non è quello intelligentissimo e indolente di Conan Doyle, ma un rigidissimo conservatore con un misterioso e remunerativo incarico governativo - il tutore della ragazza, il quale vorrebbe mandare in collegio ad imparare le buone maniere.
A Enola, fiera della sua indipendenza e decisa a mettersi sulle tracce della madre, non resterà che darsi alla fuga, incrociando la sua strada con quella di un quasi coetaneo, un giovane aristocratico in fuga da una famiglia che pare avere qualche segreto di troppo. E in una Londra caotica e fremente, alla vigilia del voto sul terzo Reform Act, che potrebbe allargare di molto il suffragio elettorale in Inghilterra, estendendolo anche alle donne.

In questo canovaccio c'è tutto.
Enola Holmes segue la traccia narrativa senza troppe frenesie post-moderne, accumulando trame e sottotrame che però non sempre vengono adeguatamente valorizzate, e che la sceneggiatura di Jack Thorne intesse in maniera un po' meccanica, e passando in rassegna una serie di personaggi che spesso vengono sprecati o mortificati (perfino lo Sherlock di Henry Cavill è tutto sommato un accessoio, figuriamoci il Lestrade diventato indiano per rispetto delle quote) a dispetto delle due ore piene di durata del film.
Harry Bradbeer, dietro la macchina da presa, tiene bene a mente gli anni Ottanta di Piramide di paura da un lato, e la contemporaneità di Fleabag (di cui ha diretto moltissimi episodi: ed ecco una prima spiegazione del parlare col pubblico della Brown, e delle smorfiette che vorrebbero ricordare quella di Phoebe Waller Bridge) dall'altro, trovando nel complesso un equilibrio non facile; imperfetto, ma capace di essere perfettamente funzionale a quel che Enola Holmes - tra le righe del racconto, ma più spesso in maniera più sfacciata che esplicita - mira e riesce a essere.

Innocuo e gradevole film d’avventura per young adults, Enola Holmes è la perfetta traduzione cinematografica delle “Storie della buonanotte per bambine ribelli” che hanno spopolato nelle librerie di tutto il mondo e che hanno dato vita a un filone che pare inesauribile.
È il film manifesto di quel neo-femminismo che vuole fornire modelli e miti alle proprie figlie, attraverso la storia di eroine che, proprio come Enola, siano capaci di esprimere anticonformismo, autonomia, forza e indipendenza senza rinunciare alla propria femminilità. Modelli che generino tradizioni matriarcali (il padre di Enola non è pervenuto, e importa praticamente zero nell’equilibrio del film) e che al romanticismo tradizionale ne contrappongano uno nuovo per cui, tutto sommato, per quanto attraenti e interessanti, i maschi di cui ci si invaghisce si ridimensionano sempre, o addirittura si lasciano alle spalle perché palle al piede più di ogni altra cosa.
E ancora: tanto per ribadire l’impegno nel presente, le trame legate al cambiamento della società, e gli slogan per cui il futuro ce lo dobbiamo costruire noi (lasciato in eredità dalla mamma a Enola) vanno benissimo come ammiccamento ai senonoraquandismi di tutto il mondo, e pure per le battaglie ambientaliste dei #FridayForFuture portate avanti dagli adolescenti di tutto il mondo.

Nessun problema sul piano dei contenuti, ci mancherebbe altro. Molte delle cose che vengono così direttamente dette in Enola Holmes (da Enola Holmes, a Enola Holmes) sono sacrosante.
Più problematica è la forma, perché troppo spesso, guardando il film di Bradbeer, si ha l’impressione che il messaggio, così dichiarato e reiterato, stia sempre davanti alla storia che lo contiene, e la voglia di dirgli, citando Monicelli, “scansati e fammi vedere il film” sarebbe tanta, ci fosse dietro un film un po’ più interessante.
Il cinema e lo spettacolo, insomma, ne sono penalizzati: e se ai più giovani Millie Bobby Brown potrebbe bastare a compensarne la mancanza, ai grandi forse meno.

Più problematica ancora, in tutto questo, è l’impressione per cui le giovani spettatrici del film siano considerate unicamente come un target, più che come individui ai quali raccontare una storia e lasciare un messaggio. Un target al quale fornire un prodotto confezionato a dovere perché contenga tutte le istanze che vanno di moda in questo momento (“avessimo girato oggi, Enola sarebbe stata di colore,” non ha avuto problemi ad ammettere Helena Bonham Carter, nel film mamma Holmes) e che soddisfino le loro aspettative e il loro desiderio di autoaffermazione in maniera automatica e mai minimamente problematica o dialettica.
Un target che è una massa da imboccare col cucchiaino con un femminismo omogeneizzato, standardizzato, formulaico, proclamato per slogan e mai approfondito. E quindi, tutto sommato, innocuo e neutralizzato, utile solo al successo commerciale di un prodotto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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