Emily the Criminal: la recensione del film in streaming su Netflix

18 giugno 2024
3.5 di 5

Aubrey Plaza è (come sempre) bravissima in questo strano indie USA che assomiglia al cinema d'autore europeo, e che in Italia non è stato ritenuto regno di una distribuzione in sala. Ma voi recuperatelo. La recensione di Emily the Criminal di Federico Gironi.

Emily the Criminal: la recensione del film in streaming su Netflix

Parliamo di Aubrey Plaza. Al Festival di Cannes 2024, dove era presente nel cast di Megalopolis di Francis Ford Coppola, non esattamente un film qualunque, era sulla copertina del cartaceo di Deadline (il noto sito d’informazione cinematografica statunitense) dedicato ai “Disruptors”, ovvero a quelle figure che stanno rivoluzionando Hollywood.
Che sia una disruptor o meno, è da tempo che Aubrey Plaza ha dimostrato in lungo in largo il suo talento, e il fatto che Coppola l’abbia voluta con sé in questo suo nuovo capolavoro è un riconoscimento non da poco. Un talento, quello dell’attrice americana, classe 1984, che generalmente viene legato perlopiù al registro comico: in Italia, soprattutto, per via del suo impegno nella serie Parks and Recreation, o per via come Scott Pilgrim vs. the World o Funny People.
E però, Plaza è molto di più: ci sono film più o meno invisibili - come An Evening with Beverly Luff Lynn, o quelli girati per il marito Jeff Baena, o come Ingrid va Ovest e Black Bear - che ci parlano di una capacità notevole di affrontare sfumature surreali del comico, e di affrontare perfino il drammatico.
Emily the Criminal, in questo senso, è una conferma. La conferma di un talento completo, in grado anche di reggere sulle spalle film che, di comico, non hanno proprio niente.

È un indie americano quasi insolito, questo film scritto e diretto dall’esordiente John Patton Ford.
Un film che nei suoi primi minuti - un colloquio di lavoro in cui vengono fuori i precedenti penali della protagonista, il suo tornare all’impiego precario di consegna a domicilio di cibo - sembra quasi essere più vicino alla scuola del cinema d’autore europeo, che a quella americana. Sembra quasi - quasi - un film dei Dardenne, all’inizio, questo Emily the Criminal. E non ha sbagliato chi, in America, l’ha paragonato a Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard.
Perché, anche quando prende pieghe vicine, ma mai troppo, al thriller, il film rimane sempre centrato su un dilemma morale, su una psicologia ambigua, su uno sguardo critico nei confronti della società capitalistica americana.

Emily ha la fedina penale sporca, e questo - ma non solo questo, come poi verrà esplicitato - le impedisce di trovare un lavoro decente e non sottopagato, e quindi di estinguere il debito contratto nei suoi anni da studentessa di belle arti. Emily - che grazie a Dio, e a Aubrey Plaza, non è un personaggio monolitico ma sfaccettato e complesso, con cui solidarizziamo ma di cui percepiamo anche rigidità e sgredevolezze - si troverà allora a cercare di alzare un po’ di grana in maniere poco legali: contraffazione di carte di credito e robe così. Ci prende gusto, la posta in gioco si alza, di mezzo ci si mette pure una romance con quello che era il suo capo, un immigrato libanese di nome Youcef (Theo Rossi), le cose si complicano e si procede dritti, in maniera spedita e un po’ prevedibile, verso un finale non esattamente roseo, che ha anche una coda agrodolce invece quasi inaspettata.

Non siamo di fronte a un capolavoro, certo, ma Emily the Criminal funziona, anche nel confronto con quel cinema europeo di genere che abbiamo citato, e che è un paragone inevitabile. John Patton Ford si aggrappa a una sceneggiatura non stupefacente da di grande solidità, e ancora di più a una protagonista bravissima che sta sempre al centro delle cose e dell’inquadratura, che non è mai vittima di nessuno se non di sé stessa, che ha la capacità di affermarsi, anche di fronte a noi che la stiamo a guardare, con una determinazione netta ma (quasi) mai feroce e spietata.
Spinta dalla necessità della sopravvivenza, dalla voglia di coltivare un sogno e un po’ anche dal carattere a divenire una versione in scala ridotta di personaggi coppoliani o scorsesiani Emily è un personaggio dal fascino ambiguo, che rispecchia nella psicologia la bellezza di certo non tradizionale ma affascinante della sua interprete. Ed è bello vedere sullo schermo - anche se quello di casa, perché Emily the Criminal è stato inspiegabilmente ritenuto non degno del cinema, nel nostro paese, nel nome di una miopia distribuitiva oramai conclamata - dei personaggi e delle storie che non siano bidimensionali o manichei, e che invece giochino a nascondino con noi, con la morale, con le luci e con le ombre della società e della vita.

Tante persone, giovani e meno giovani, non potranno fare a meno di applaudire, almeno dentro di sé, quando Emily chiede alla donna in carriera interpretata da Gina Gershon, che gli sta offrendo con paternalistica generosità uno stage semestrale non pagato, se non si vergogna a chiedere alla gente di lavorare gratis per lei. La risposta della donna in carriera è scontata: “sei viziata taci e vattene”. La controreplica, notevolissima: “se vuoi dirmi cosa devo fare, mettimi a libro paga”.
Anche i Dardenne applaudirebbero.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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