Effetti collaterali - la recensione del film di Steven Soderbergh

12 febbraio 2013
3.5 di 5

L’ultimo film da regista cinematografico di Steven Soderbergh, un giallo tutto sommato molto tradizionale, nel quale l’americano continua il suo sottile percorso autoriale all’interno della grande industria hollywoodiana.

Effetti collaterali - la recensione del film di Steven Soderbergh

L’illusione di una vita perfetta, l’evento imprevisto che arriva a spazzare via tutto, le strategie di riscossa che si mettono in atto per riconquistare ciò che (a torto o a ragione) si ritiene esser proprio di diritto.
È intorno a questo che gira quello che potrebbe essere l’ultimo film da regista cinematografico di Steven Soderbergh, un giallo tutto sommato molto tradizionale, nel quale l’americano continua il suo sottile percorso autoriale all’interno della grande industria hollywoodiana. Un film che conferma l’attenzione maniacale e un po’ fighetta del regista per ogni dettaglio formale e narrativo, e che proprio nei dettagli e nelle aree apparentemente periferiche della narrazione trova un senso che sia più di quel che il la trama in senso lineare gli regala.

Sceneggiato da Scott Z. Burns, che Soderbergh fece esordire nella regia nel 2006 con un film dal titolo PU – 239 e che già per lui aveva scritto The Informant e Contagion, Side Effects racconta una storia e dei personaggi di chiara derivazione hitchockiana.
Elegante nella confezione, seppur prevedibile nel contenuto, Soderbergh veste di nuovo il thriller del passato, ed è come sempre astuto architetto di ogni fase della produzione, compreso il casting: Rooney Mara e Jude Law - la prima algida e indecifrabile, eppure sensuale e magnetica, il secondo ricercato ma mai lezioso e determinato senza grossolanità - sono i perfetti corrispettivi odierni delle Ingrid Bergman, delle Kim Novak, dei Gregory Peck e dei Cary Grant cui il maestro del brivido affidava ruoli che qui ritroviamo riveduti e corretti.

Ma Side Effects non è chiuso nell’omaggio al passato, e lavora sul genere (e suoi generi, persino l’horror e un certo tipo di fantascienza esistenziale) con una meticolosità non banale e con una volontà quasi pacatamente riformista. A dispetto della narratività tradizionale, che pure viene rispettata con attenzione, è un film che non vive e non si sviluppa solo in senso unidirezionale, ma è leggibile seguendo più direttrici, e che si lascia vedere al suo meglio se si accettano alcuni gorghi che sembrano paralizzarne l’andamento per poi trovare nuovi sbocchi.

E se alla fine i torti vengono raddrizzati, la morale rispettata e gli equilibri ristabiliti, l’operazione soderberghiana lascia che il velo di inquietudine che già è nello sguardo finale di Rooney Mara ricopra questa hollywoodiana pacificazione e la meccanicità didascalica della risoluzione.
Perché le poche note volutamente stridule che il regista ha inserito nel racconto, sui rapporti sociali e personali, riecheggiano, in background, durante e immediatamente dopo la visione.
E l’interrogativo vero, alla fine, è in cosa e dove risieda la follia che pare essere diventata pervasiva nelle strutture sentimentali, economiche e comunitarie della vita contemporanea.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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