Doppia pelle: la recensione del surreale film con Jean Dujardin e Adèle Haenel

22 giugno 2020
3.5 di 5

Doveva uscire al cinema ma è stato bloccato dalla pandemia Doppia pelle, ottava regia cinematografica di Quentin Dupieux, noto nel mondo della musica come mister Oizo, un bizzarro e feticistico divertimento.

Doppia pelle: la recensione del surreale film con Jean Dujardin e Adèle Haenel

Non è facile spiegare a chi non ha mai visto un suo film, il cinema di Quentin Dupieux, poliedrico e bizzarro artista francese, che col nome di mr. Oizo è un noto musicista elettronico inventore del cosiddetto flat beat (incarnato alla perfezione da una sua pubblicità del 1999 per una celeberrima marca di jeans dal pupazzo Flat Eric, che guidava un'auto muovendo la testa al suo ritmo). Da sempre innamorato del cinema e del processo della sua realizzazione, il barbuto autore parigino ha debuttato nel 2001 con un lungometraggio il cui titolo è già programmatico, Non film, che vedeva una troupe già in azione proporre a uno sconosciuto per strada di diventare il protagonista di una pellicola che ne aveva già uno, e in cui veniva inserito tutto quello che faceva improvvisando e che stranamente corrispondeva al copione in possesso del regista. Per un incidente con un'arma da fuoco perdeva l'operatore, poi il regista, poi man mano gli attori e il film continuava a girarsi, in apparenza da solo, mentre i personaggi uno ad uno se ne andavano. Dopo questa prima bizzarria, Dupieux ha firmato altri sei titoli di un cinema definito da alcuni “assurdista”, prima di arrivare a Doppia pelle. Il più divertente e riuscito per noi resta Rubber, girato in America, che ha come protagonista uno pneumatico assassino che fa esplodere la testa della gente come i telepati di Scanners di Cronenberg.

Nonsense, splatter e totalmente assurdi, i film di Dupieux hanno un terreno comune che è quello, come dicevamo, del feticismo per il cinema, che in Doppia pelle si incarna in un uomo che lascia casa e moglie per comprare a un prezzo esorbitante una vecchia giacca di pelle scamosciata con le frange, che "gli parla" e lo convince a far scomparire tutte le altre giacche per restare l'unica al mondo. Rimasto senza soldi e spacciatosi per regista, grazie a una videocamera che il venditore gli ha dato come bonus, trova l'aiuto di una giovane montatrice che lavora in un bar senza clienti e gli fornisce i mezzi per i suoi bizzarri film, che ovviamente passeranno, in una escalation di violenza, dal furto delle giacche all'omicidio dei loro malcapitati possessori, sempre sotto l'occhio della telecamera, fino a un finale beffardo.

Se ricorda un po' Il cameraman e l'assassino (non crediamo sia stato un caso che il protagonista del film immediatamente precedente a questo, Au poste!, fosse proprio il suo killer, Benoît Poelvoorde), Doppia pelle è un film appartenente in tutto e per tutto al bizzarro mondo interiore di Quentin Dupieux, che può respingere o attrarre a seconda di quanto si sia disposti a rispondere all'assurdo di cui l'autore è portatore (sano?). Personalmente abbiamo un debole per le storie che non si pongono problemi di pubblico e commerciabilità: nonostante i budget e la durata - entrambi ridotti - dei film o nonfilm di Dupieux, fatte le debite proporzioni  il suo cinema ci ricorda quello di altri registi dotati di personalità, indipendenza e irriverenza, da Alejandro Jodorowky a Spike Jonze e Michel Gondry.

Come la sua musica, a volte le storie filmate da Dupieux sembrano seguire un ritmo “piatto”, ma all'improvviso si accendono della trovata che ci fa scoppiare a ridere proprio quando dovremmo rabbrividire o provare disgusto e repulsione per i protagonisti, come qua ad esempio succede quando il protagonista profana le spoglie del portiere suicida per sottrargli altri accessori che gli permettano di proseguire la sua trasformazione. Perfettamente sintonizzati sulla frequenza dell'assurdo sono gli attori, da un imbolsito Jean Dujardin, che sposa completamente il personaggio e la storia, ad Adèle Haenel nei panni della montatrice che non si ferma di fronte a nulla, convinta di aver scoperto un genio. E in fondo forse è proprio questo il senso del cinema di Quentin Dupieux: essere uno sberleffo irridente a chi il cinema lo fa con tanti mezzi ma senza nessuna componente personale e nessuna imprevedibile follia.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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