DolceRoma Recensione

Titolo originale: DolceRoma

14

DolceRoma: Fabio Resinaro "free solo" in un film eccessivo e spregiudicato come il suo protagonista Luca Barbareschi

-
DolceRoma: Fabio Resinaro "free solo" in un film eccessivo e spregiudicato come il suo protagonista Luca Barbareschi

Una manciata di minuti, un quarticello d'ora di visione, e DolceRoma pare mettere sul tavolo tutte le sue carte. A partire dalle primissime immagini che, tramite la voce narrante del protagonista Lorenzo Richelmy, fanno partire un lungo, lunghissimo flashback che arriva quasi fino alla fine.
Non si nasconde dietro un dito Fabio Resinaro, e i suoi riferimenti li dichara. Un po' di Trainspotting, un po' di Guy Ritchie, l'alternanza tra noir e commedia di Elmore Leonard, un occhio alle estetiche post-videoclippare di uno Jonas Åkerlund e uno al fumetto (magari in versione Jeeg Robot). Perfino una manciata di Soliti Sospetti, ma quello magari emerge con più calma.
Certo, a voler essere pignoli e puntigliosi, c'è da notare che il nuovo cinema italiano guarda a modelli che hanno già una ventina d'anni, ma d'altronde il gap da recuperare lo abbiamo tutti ben presente, e da qualche parte si deve pur partire. E poi quell'incipit non guarda forse a classico vero (anche se pure dopo vent'anni potrebbe essere legittimo parlare di classici) come Viale del tramonto? E con Claudia Gerini che emerge da una vasca piena di miele piazzata al centro di un'enorme sala marmorea - dimostrando uno stato di forma invidiabile - DolceRoma non cita forse John Wick 2?

Resinaro - e con lui Fausto Brizzi, soggettisti a quattro mani - sono partiti da un romanzo di Pino Corrias ("Dormiremo da vecchi"), ma il loro viaggio li ha fatti allontanare di molto dai toni dell'originale, colorando quella commedia acida delle tinte accese del cinema di genere, che si fa ora noir, ora action, ora thriller: rigorosamente sopra le righe.
C'è tanto, quindi, dentro DolceRoma; forse anche troppo, e non sempre i registri sono ben accordati fra loro. Ma c'è anche l'astuzia di chi sembra averti fatto vedere tutte le sue carte fin dall'inizio, e forse lo ha fatto davvero, ma senza farti accorgere subito che, tra quelle carte, c'erano gli assi che in un modo o nell'altro ti avrebbero fregato, o perlomeno stupito.

L'asso - o forse il Re - numero uno, allora, è senza dubbio Oscar Martello, ovvero Luca Barbareschi, mesfistofelico über-produttore romano (ma d'adozione), squalo e truffaldino eppure romantico e a suo modo perfino idealista, che ci si presenta con sigaro in bocca, camicia aperta, cavezza al collo, petto villoso e ventre gonfio pasciuta orgogliosamente esibiti, come i completi gessati di praticamente tutte le scene successive.
Da una parte il personaggio, dall'altra l'attore: un incontro esplosivo e dirompente, capace di trascinare con sé tutto quello che gli gira attorno e gli passa vicino, contagiandolo con la sua energia, senza annullarlo. Barbareschi (che produttore di DolceRoma lo è davvero) non è un Crono che si mangia i suoi figli, ma - come Martello - sa quando aprirsi alla compassione e all'umanità, e lasciare spazio al sentimento suo e degli altri. Anche quando tacere.
E va detto che anche Richelmy, nell'interpretare lo scrittorino giovane, timido e depresso che nasconde un animo dannatamente ferino, azzecca chiavi d'interpretazione che ti fanno alzare più di sopracciglio, e non dal disappunto.

In un contesto caricaturale e grottesco, ai limiti del trash (volontario, s'intende) Resinaro magari esagera nell'andare sopra le righe anche con la macchina da presa e i suoi movimenti, ma sa bene a chi affidarsi e di chi fidarsi per tenere i piedi per terra. Almeno uno.
E l'altro suo asso è, nonostante tutto, quello dell'affabulazione. Quello dichiarato a chiare lettere all'inizio. Perché non tutte le figure del film gli riescono bene allo stesso modo (se è piacevolmente ironico l'ispettore stanco e panciuto di Montanari, e perfino Luca Vecchi azzecca la parte del registucolo arrogante e velleitario, l'attricetta Jacaranda di Valentina Bellè non è tratteggiata al meglio), ma la sceneggiatura, per quanto magari affastellata, è coerente sul versante thriller, e regala una manciata di battute - quasi sempre messe in bocca a Oscar Martello - francamente esilaranti: dal regista che si dovrebbe suicidare per il bene del cinema italiano, al mobilificio di Cantù che rifà il Settecento in massello, fino al pacemaker collegato direttamente col Gemelli e alle frasi su Roma, città dove non si deve andare se non si sa mentire, nella quale "nessuno dice quello che pensa e nessuno fa quello che dice".

Già, Roma.
Perché sarà anche vero che, per Resinaro e soci, Roma e il cinema qui sono poco più di un pretesto, e che la satira che ne fanno è di grana piuttosto grossa; ma lo è anche che a saper guardare, e nemmeno troppo attentamente, ci sono tutta una serie di fatti, personaggi e dettagli che creano link evidenti a film che, in apparenza (e in fondo pure in sostanza) avrebbero ben poco a che vedere con DolceRoma.
E se allora, parlando del Notti magiche di Paolo Virzì, scrissi che era in qualche modo la sua Grande bellezza (film che Resinaro cita esplicitamente nel monologo iniziale di Richelmy: "non volevo solo essere il protagonista di una storia, ma avere il potere di scriverle"), con DolceRoma Resinaro chiude - a modo suo, e più o meno volontariamente - un triangolo immaginario, forse esoterico, che inquadra e racconta la Capitale come suprema sineddoche del cinema italiano e del nostro paese.
Nei suoi pregi come nei suoi difetti, nelle sue mancanze come nei suoi eccessi.

DolceRoma
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
4067


Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Lascia un Commento