Captain Fantastic: recensione del film con Viggo Mortensen

17 ottobre 2016
3.5 di 5
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Matt Ross racconta la vita e lo scontro con la civiltà di una famiglia che vive nei boschi e ha rifiutato il consumismo.

Captain Fantastic: recensione del film con Viggo Mortensen

Che bello sarebbe per chi il il 24 dicembre si affanna a comprare gli ultimi regali poter festeggiare il Noam Chomsky Day invece del Natale. Bene: sappiate che nei boschi dello stato di Washington, fra pareti lisce da scalare e bianchi teepee, c’è qualcuno che ha trovato il coraggio di farlo e che non è una versione aggiornata di un hippy peace&love&cannabis e nemmeno un vetero-marxista, un laico ad ogni costo o un "nuovo povero". Certo, qualcosa del bon sauvage ce l'ha il padre di sei figli Ben Cash, che si chiama (nel titolo) come un supereroe pur essendo lontano dai favolosi protagonisti con mantello dei cinecomic. Perché, oltre alla cultura di massa, il vigoroso cinquantenne di cui parliamo ha rifiutato il junk-food, l'opulenza, la scarsa proprietà di linguaggio e la crassa ignoranza. 

Che poi questo personaggio carismatico abbia il volto di Viggo Mortensen, che è artista poliedrico e uomo profondo, è solo un dettaglio che chiude il cerchio, che definisce la cifra e il mood di uno di quei film meravigliosamente indipendenti dai colori e dagli enfant prodige apparentemente alla Wes Anderson, ma in effetti meno iperrerale, meno cozy, e più radicale per esempio de I Tenenbaum, benchè strambo e sbilenco come il furgone su cui la bizzarra famiglia Cash viaggia verso la normalità.

Oggetto curioso nel suo mix di commedia, dramma e road-movie, di arificioso Captain Fantastic non ha nulla. E non va definito - come ha fatto qualcuno - un film per hipster medioborghesi che mangiano bio. E’ dura, infatti, la vita nella foresta (a caccia di animali)  della famiglia del "capitano mio capitano" dalla barba incolta. E’ vera inoltre, visto che è simile a quella che negli ’80 ha condotto Matt Ross in diverse comuni alternative. Soprattutto, è segnata dal continuo esercizio di una disciplina che dovrebbe essere imposta a chiunque: la cultura.

Ecco, Captain Fantastic è un’ode alla buona istruzione, ai libri, alla maniera giusta di essere intellettuali: senza ostentazioni, narcisismi. E’ un grande uomo in questo senso Ben, che un po’ come il film rivela però delle fragilità nel momento in cui entra in contatto con la civiltà, insieme di input superficiali. Quando il racconto, e con esso i Cash, si accostano al progresso, si fa strada insomma un’impasse anche narrativa, una stasi, una nebbia un po' melmosa da cui Ross decide di lasciarsi avvolgere, esercitando il diritto di far evolvere, sì, il suo protagonista, ma di non scegliere né messaggi né soluzioni definitive. Perché il film, in fondo, nasce da un dilemma irrisolvibile: Platone va d’accordo con il Kentucky Fried Chicken? Il rifiuto del consumismo non rischia di trasformare giovani menti geniali e corpi dall’incredibile potenza cardiovascolare in dei freak? Ed è possibile oggi essere genitori sempre presenti?

Non c’è una risposta per queste domande che il regista pone senza giudicare. Nel suo apologo darwiniano, l’unica realtà plausibile è una "zona" a metà fra i compromessi del presente e il libero arbitrio e pensiero, nella speranza che nella democratica America si possa seguire un cammino lontano da quello suggerito dalle religioni organizzate, magari dando alle fiamme una bara al suono di "Sweet Child O' Mine" dei Guns 'n Roses.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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