Babyteeth: la recensione del film di Shannon Murphy in concorso al Festival di Venezia 2019

04 settembre 2019
2.5 di 5
3

Un film sulla malattia assetato di vitalità, in costante fuga da pathos e retoriche.

Babyteeth: la recensione del film di Shannon Murphy in concorso al Festival di Venezia 2019

Milla è una ragazza adolescente. Aspetta la metropolitana, con la divisa della scuola femminile che frequenta e con la custodia del violino, che studia, in spalla. Lì c’è anche Moses, che è di diversi anni più grande, e sembra un Young Signorino australiano, tatuaggi in viso compresi. Eppure tra i due scatta subito qualcosa. Quello che Moses non sa, e scoprirà di lì a breve insieme a noi che guardiamo, è che Milla ha un tumore.

Babyteeth è un film sulla malattia. Di quei film sulla malattia che sembrano voler evitare ogni artificio retorico o ricattatorio, e che scelgono la strada della vitalità e della reazione. Anche quando, come in questo caso, diventa chiaro in tempi assai brevi come tutta la vicenda andrà a concludersi.
Anche il rapporto tra Milla e Moses non di quelli sentimentalmente sdolcinati: certo, un legame c’è, e diventa più stretto, ma passa attraverso momenti di distacco e di scontro, e mai per le smancerie.
In più E la funzione narrativa principale del personaggio di questo giovane randagio non è tanto quella di stabilire un’empatia con Milla, quanto quella di far irrompere una condotta più sregolata e vitale nella routine familiare della ragazza.
Milla è infatti una ragazza borghese, con padre psichiatra comprensivo e trattenuto, e mamma musicista più instabile e apprensiva. Un padre e una madre, come qualunque genitore in quella situazione, che non sanno bene come relazionarsi emotivamente alla malattia della figlia e alle sue prospettive, e che in qualche modo verranno aiutati dalla presenza di un giovane che, inizialmente, è per loro una presenza malsopportata, una distrazione di cui farebbero a meno ma che non sentono di poter negare alla loro bambina.

La regista Shannon Murphy insegue la leggerezza del racconto in chiave quasi teen-movie, si appoggia all’uso intelligente della musica (che è a tutti gli effetti una delle protagoniste del film), frammentare la narrazione e procedere per ellissi ariose, tratteggia personaggi di contorno interessanti (la nuova vicina di casa della famiglia di Milla, l’insegnante di violino della ragazza, il fratellino di Moses). Su tutto, rifugge da ogni eccesso di pathos, preferendo anzi sdrammatizzare attraverso il sorriso di Milla, che illumina il viso della ragazza dopo quasi ogni traversia.
I suoi sforzi sono encomiabili, sebbene in questo modo stenti a tratti a dare concretezza alla vicenda e ai protagonisti, e va detto che la regista è in grado di trovare i toni e i modi giusti per chiudere la storia, con due o tre scene finali efficaci dal punto di vista emotivo. Non era facile, anche considerato un materiale che la commozione la garantisce quasi automaticamente.
Quello che non trova però, è l’insieme. Quello in cui non riesce, è nella giusta progressione che conduca a quel finale senza aver rotto in qualche modo il patto con i suoi spettatori, e aver suscitato qualche sospetto di scarsa onestà.

Al finale di Babyteeth, infatti, si arriva dopo una prima ora di film farraginosa, meccanica e apparentemente interminabile, dove Shannon Rose si appoggia in maniera ostentata alla protagonista Eliza Scanlen, che è brava, ma che non ha il carisma necessario per portare avanti tutti i compiti affidatigli in quella fase. E la costante ansia con coi Babyteeth cerca l’ariosità ovatta e un po’ modaiola nel racconto, lo fanno risultare troppo evanescente, e troppo costruito, con tutte le caselline che finiscono con il riempirsi nel modo giusto, al momento giusto, col personaggio giusto.
Quella che doveva essere una progressione capace d’invischiare, diventa allora quasi uno strappo improvviso, cui si va dietro, sì, ma con un pizzico di stanchezza e scetticismo di troppo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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