Armageddon Time, recensione del film di James Gray in concorso al Festival di Cannes 2022

20 maggio 2022
3.5 di 5
6

Il regista americano racconta una storia dichiaratamente autobiografica ambientata nella New York dei primissimi anni Ottanta: un racconto di formazione insolito, perché raccontato con uno stile cinematografico classicissimo e lineare, e con un'amarezza diffusa. Parlando di sé, Gray parla dell'America di ieri e di oggi, con malcelato pessimismo.

Armageddon Time, recensione del film di James Gray in concorso al Festival di Cannes 2022

A vederlo così, Armageddon Time potrebbe sembrare un racconto di formazione come tanti, sebbene messo in scena con uno stile cinematografico molto classico, molto lineare, molto diretto, sfasato rispetto alla tradizione più recente del genere. Uno stile che può forse, ad alcuni, sembrare un po' troppo piatto, ma che ha un'eleganza classica che lo eleva sopra ogni moda momentanea.
La storia è quella di un ragazzino ebreo della New York - anzi, del Queens -  d'inizio anni Ottanta. Beghe familiari, dissidi col fratello, un rapporto speciale con un nonno interpretato da Anthony Hopkins che, pare, è l'unico a saper entrare davvero in contatto con lui, che l'animo di un'artista, e che a scuola pare voler combinare solo guai, e che lega con un altro ragazzino, nero, pure lui un po' pestilenziale, ma con un retroterra famiiare ben più disastrato.
Né la mamma Anne Hathaway, che pure gli vuole un gran bene, né un padre severo e iracondo (Jeremy Strong), sembrano infatti arrivare a lui come si dovrebbe.
Eppure, di quel ragazzino, che nel film si chiama Paul (Michael Banks Repeta) ma che è, lo si capisce anche dalla fisionomia un chiaro alter ego di James Gray, qui alle prese con una storia dichiaratamente autobiografica, non si raccontano solo le traversie familiari e scolastiche, fatte di lutti e di cambi d'istituto, ma qualcosa di più complesso.
Qualcosa che ha a che vedere con Paul, certo, e con i suoi sentimenti, e quindi con Gray, ma anche con la realtà rapace di un paese, l'America, che doveva essere per tutti la terra della libertà e delle opportunità, ma che lo era, e lo è ancora, per molti versi, solo per alcuni. La realtà di un luogo - e questo, purtroppo, non vale solo per l'America - in cui la lotta per la sopravvivenza, per la riuscita, per qualsiasi forma anche minore ed esiziale di successo, passa per qualcosa di scomodo, di crudele, di doloroso. Di egoistico.

Nonno a parte, che lo protegge e lo tutela, ma gli insegna anche cosa voglia dire essere un uomo, difendere chi è vittima di bullismi e discriminazioni, perché da ebreo europeo lo sa bene, il mondo adulto che circonda Paul è piuttosto incapace di relazioni. È un mondo dove l'autorevolezza fa rima con un'autorità prevaricatrice, sprezzante e perfino una certa violenta, legata a modelli oramai lontani.
E allora, per Paul, che sogna di diventare un artista, un pittore, un disegnatore, per sfuggire a quel mondo dove conta solo la pragmaticità del denaro, non resta che sognare, e sognare una fuga con l'amico nero, Johnny (Jaylin Webb), che vorrebbe diventare un'astronauta, e che ragazzi più grandi, neri come lui, scherniscono, perché il suo "culo nero", alla NASA, non lo farebbero entrare nemmeno dalla porta di servizio.
Johnny sa che, nonostante i suoi sogni, e i casini che combina con Peter per raggiungerli, che uno come lui, in quel mondo, in quegli Stati Uniti che stanno per eleggere Reagan, ha il destino segnato. E non in bene.
Paul, tolto da una scuola pubblica per andare a una privata nel tentativo di metterlo in riga e garantirgli un futuro migliore ("vorrei che diventassi molto meglio di quello che sono io", gli dice il padre, come penso pensino tutti i padri, bravi e meno bravi che siano), una scuola privata che mira a formare le élite del domani e che è ampiamente foraggiata da una famiglia alunni ed ex alunni, tali Trump (ecco il legame al presente), pensa invece con grande ingenuità che tutto sia possibile. Anche per Johnny. E lo scontro con la realtà sarà devastante, perché per salvare sé stesso, dovrà lasciare sprofondare l'amico.

È un film amarissimo, Armageddon Time. Pessimista. Un film che racconta una realtà crepuscolare, autunnale nei colori e nei toni, asciutto nei modi e privo di ogni patetismo, ma non di dolente malinconia. Un film in cui il racconto di formazione non è confortante, ma solleva interrogativi complessi e dolorosi.
È una pillola amara che James Gray fa mandare giù allo spettatore dopo averla mandata giù lui stesso. Forse per espiare colpe antiche, dove la speranza è uno spiraglio da cogliere al volo, da raggiungere dando qualche spintone di troppo. Perché lui, James Gray, ce l'ha fatta, ma un costo molto alto. Nell'illusione che un film, forse, possa essere sufficiente a saldare certi debiti del passato.

Armageddon Time
La Video Recensione del Film dal Festival di Cannes 2022 - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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