Adieu au langage - (non) recensione del film di Jean-Luc Godard

21 maggio 2014
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Denso, colto, filosofico. Ma anche sarcastico, ironico, giocoso. Con ragionamenti su parole e immagini spiazzanti.

Adieu au langage - (non) recensione del film di Jean-Luc Godard

Ceci n'est pas une critique.
È possibile, oggi, recensire un film di Jean-Luc Godard? Ma soprattutto, ha senso? Ha senso parlare in termini critici come quelli possibili e leciti in questi spazi di un'opera che sferra uno scanzonato ma definitivo attacco frontale alla possibilità stessa che, oggi, il linguaggio - tanto quello verbale quanto quello visuale, coincidenti e dissociati - possano avere, appunto, senso?
Che il senso stesso, come noi lo intendiamo, sia possibile e concepibile?

Di certo - e non è falsa modestia - non ha senso che lo faccia io, qui e ora, su queste pagine e dopo la visione a caldo di un film che è un gioco, una presa in giro, un atto d'accusa. Che è composto da una densità incredibile e non mappabile di riferimenti storici, filosofici, letterari, pittorici, musicali, cinematografici.

Godard, piaccia o meno, è più intelligente di noi, lo sa e usa questa sua superiorità per continuare a stupire per mezzo di un film antico e modernissimo assieme, ancora a modo suo nouvellevaguinano e sessantottesco, eppure proiettato verso il futuro con un uso del mezzo cinematografico e delle tecnologie che lascia a bocca aperta, come nel caso di un'applaudita scomposizione dell'inquadratura: della separazione, dissolvenza, sovrapposizione e ricongiungimento dell'immagine in 3D, che così raddoppia e apre letteralmente allo sguardo lo spazio proibito del fuori campo, confondendo lo sguardo e sfidandone le capacità (e il senso).

Raddoppia l'immagine, si sovrappone, raddoppiano e si sovrappongono due coppie di personaggi, le parole loro e di altri. Raddoppiano i film nel film, si moltiplica il cane (del regista?) che s'insinua nella narrazione fino a farsene protagonista, si moltiplicano i ragionamenti, mentre ci si chiede se si può produrre un pensiero. Un pensiero comunque assurdo, perché appunto esploso, frantumato, mescolato. Non valgono più, con queste modalità, né le parole né le immagini: e Godard lo dice ribadendone la centralità.

Adieu au langage è lo sberleffo di un regista che da tempo (forse da sempre) ci sta dicendo che è tutto finito, che non ci sono più speranze, che la fine era già scritta nella Storia. Ma è anche la tenerezza di un regista che è capace di (forse, sapendone l'impossibile ingenuità) di trovare conforto nell'illusione di un ritorno ad una purezza primordiale, animale, nuda.

Anzi, non nuda, perché - come si dice nel film - quando tutto è nudo non esiste nudità. E allora, forse, se tutto è finito, non esiste nemmeno la fine. Resta il gioco, resta il cinema, resta la storia.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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