A Hidden Life Recensione

Titolo originale: A Hidden Life

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A Hidden Life: recensione del film di Terrence Malick in concorso al Festival di Cannes 2019

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A Hidden Life: recensione del film di Terrence Malick in concorso al Festival di Cannes 2019

La storia è costituita da tante piccole vicende che raramente finiscono sotto i riflettori, se non in quanto sommatoria di eventi che diventano esemplari. La s minuscola è stata introdotta da tempo anche dagli studiosi, a partire dalla scuola degli Annales, che abbandonarono una visione ossessionata dagli eventi, oltre che eroica, del passato umano, per non dimenticare gli uomini comuni. Tutto ciò accadeva proprio a cavallo dei tragici fatti della Seconda guerra mondiale, ambientazione scelta da Terrence Malick per il suo nuovo film, A Hidden Life, che ci conduce in una dimenticata vallata di alta quota delle montagne austriache.

L’autore texano mantiene il suo stile fatto di grandangoli insistiti, dilatazioni temporali e riflessioni sul rapporto fra natura e uomo, ma senza gli eccessi sperimentali dei suoi ultimi e discutibili film, in cui la forma diventava una pretenziosa esibizione di stile fine a sé stessa. Questa volta torna a un cinema narrativo, tematicamente si avvicina ai film degli esordi degli anni ’70, senza sacrificare la profondità dei suoi personaggi. Intendiamoci, sono pur sempre tre ore appena scarse, che richiedono una dose importante di attenzione.

Si tratta di un film biografico a tutti gli effetti, che racconta l'obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter (August Diehl), che in seguito all’annessione dell’Austria da parte del Reich nazista, nel 1938, si rifiutò di combattere per la Germania durante la Seconda guerra mondiale. Un atto eroico, preso in comunione con la moglie (Valerie Pachner), visto che era ben consapevole di quella che sarebbe stata la sua sorte: la condanna a morte per alto tradimento, dopo il carcere duro, prima a Linz poi a Berlino. Un martirio che lo ha portato nel 2007 ha ottenere la beatificazione per mano di papa Benedetto XVI. Jägerstätter proveniva dalla regione dell’Alta Austria, per un caso del destino proprio dal distretto di quella Braunau am Inn in cui diciassette anni prima di lui era nato Adolf Hitler.

Può sembrare strano che un texano come Malick si possa essere interessato a una storia, senz’altro nota, ma non proprio facente parte dell’immaginario a livello globale. Basta però uno sguardo alla sua filmografia, oltre alla bella frase di George Eliot con cui chiude il film, per non stupirsi della trasferta europea di Malik. Si supera, qui, la denuncia della violenza della guerra de La sottile linea rossa, arrivando a negare la possibilità stessa di impugnare un’arma, in un apologo sulla possibilità che ha l’uomo, nonostante tutto, di conciliare il suo stile di vita con la natura che ha intorno. 

Non è un caso che la fede cattolica così cruciale per Jägerstätter nel negarsi all’arruolamento con l’esercito nazista, qua lascia spazio a una motivazione più legata alla natura di contadino, allo scenario di alta montagna e quasi mistico in cui viveva. Un martire panteista, diventa, nella visione di Malick, che convince come non succedeva da i tempi di Tree of Life proprio nella sua scommessa vinta di trasmetterci questa potenza spirituale della elementi, mettendola al servizio di una causa concreta e nobile. August Diehl e Valerie Pachner sono eccellenti interpreti dell’esigenza malickiana di rappresentare un amore centrale nella decisione presa di accettare la propria sorte per lottare contro la tirannia, anche in contrapposizione con le istituzioni, persino quella cattolica rappresentata dal vescovo, pronte sempre a un compromesso che finisce per rinnegare il patto fra uomo e natura.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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