6 Underground: la recensione dell'action ipercinetico di Michael Bay con Ryan Reynolds e Mélanie Laurent

12 dicembre 2019
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Sei avengers senza superpoteri che lottano contro i cattivi più cattivi del mondo in una produzione Netflix Original.

6 Underground: la recensione dell'action ipercinetico di Michael Bay con Ryan Reynolds e Mélanie Laurent

Il cinema d’azione cerca disperatamente di dare segni di vita, e Michael Bay sembra essere rimasto uno dei suoi (pochi) profeti. Abbandonate le macchine mutanti della serie di Transformers, prepara con 6 Underground una probabile nuova saga prodotta da Netflix Original. Una nuova entrata a sorpresa è l’ironia, quasi mai un fattore nei film precedenti del regista, seppure declinata a grana grossa e senza troppe sfumature. Nel farlo si è affidato direttamente a Ryan Rynolds, capace di iniettare divertimento da buddy movie nella epica saga dei cinecomic Marvel con Deadpool, e relativo sequel. Restando nell'ambito, potremmo dire che qui è l’Iron Man della situazione, che arruola una serie di Avengers privi di superpoteri, ma molto abili nel loro campo, identificati con un numero e non con un nome. Come dire, le loro azioni sono ricordate e fanno rumore ma di loro nessuno deve sapere nulla, la nemesi delle tutine con il simbolo ben in vista del supereroe di turno. 

Numero 1 è un miliardario che viene dato per morto in seguito a un incidente con un aereo privato, che ne approfitta per iniziare un percorso in incognito che prevedere un obiettivo molto semplice, e molto da fumetto di supereroi: individuare i cattivi più cattivi del mondo, a tutte le latitudini, e farli fuori grazie a una squadra di grandi professionisti. In epoca di populismo suscita più di un brivido sulla schiena il suo schivare le lentezze dei burocrati o dei politicanti, in una parola la democrazia, per ottenere giustizia da solo; ma del resto, è cinema e oltretutto uno spettacolone action. 

Michael Bay prosegue il suo lavoro sul corpo e il suo rapporto con i robot, le macchine, regalando continui scontri da scintille fra acciaio, alluminio e il corpo dei personaggi, in una simbiosi mortale in cui i corpi si disfano. Se la saga di Transformers era praticamente priva degli effetti della violenza, per esempio di sangue, qui insiste più volte su arti tranciati, ferite che zampillano, corpi dilaniati, e non si risparmia un macabro tentativo di usare un occhio, non più al suo posto, per sbloccare un cellulare. Una voce iniziale, quella del protagonista, insieme a vari richiami nel corso del film sembrano invitare alla (bella) morte come libertà definitiva, in maniera marinettiana e futurista. 

6 Underground è un action ipercinetico che respira al ritmo di ogni fotogramma, un frullatore seducente in cui la narrazione va avanti per flash sbrigativi, che non regala un attimo di pausa, spingendosi oltre nel concetto di azione, e reazione, dello spettatore. Un cinema a rischio di assuefazione da rumore e movimento, gonfio di danni collaterali, come coloro i quali si trovano lungo il cammino dei nostri eroi in incognito. Sintomatica è la prima lunghissima sequenza di inseguimenti continui e reciproci, per lo più girata a Firenze, anche se regala un paio di controcampi incongrui in cui improvvisamente ci troviamo a Siena. Momenti di cinema sbalorditivo, in cui il concetto di bigger and better viene declinato all’ennesima potenza. Ormai i dialoghi sono un corollario di scarsa importanza all’azione, sempre elementare e automatica come in uno sparatutto. E gli attori? Anche loro funzione, come tipico del cinema di Bay, nonostante il tentativo di regalare spazio e battute a Reynolds. Le donne sono rigorosamente iper abbronzate e truccate, come Megan Fox prima e ora Mélanie Laurent e Adria Arjona.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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