17 anni (e come uscirne vivi) Recensione

Titolo originale: The Edge of Seventeen

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17 anni (e come uscirne vivi): recensione della teen comedy con Hailee Steinfeld e Woody Harrelson

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17 anni (e come uscirne vivi): recensione della teen comedy con Hailee Steinfeld e Woody Harrelson

In una scena in cui si guarda allo specchio assieme all'amica del cuore (finché lei non si mette col fratello, ma questo è un altro discorso), per lamentare il disastro di un nuovo taglio di capelli, Hailee Steinfeld prende su una foto e paragona l'acconciatura che ha in testa a quella di Pedro, il sidekick di Napoleon in Napoleon Dynamite. Il suo look complessivo, invece, pare spesso quello della Samantha Baker di Sixteen Candles.
Non sorprende, allora, che questo 17 anni (e come uscirne vivi) sia una sorta di sintesi ideale di tutto quanto sia accaduto nel mondo delle teen comedies: da John Hughes fino agli indie del Terzo Millennio. 

Nel rapporto tra la Nadine interpretata dalla Steinfeld e il suo spasimante coreano, ad esempio, si ritrova quello tra Juno MacGuff e Paulie Bleeker, e c'è un po' del padre della protagonista del film di Jason Reitman (che era interpretato da J.K. Simmons) nel personaggio del professor Bruner di Woody Harrelson.
Personaggio, quello di Bruner, che meriterebbe un discorso a parte: sia per l'interpretazione sorniona di Harrelson (che è un grande attore, anche se si tende a dimentarlo troppo spesso) che per come è stato scritto da Kelly Fremon Craig, che di 17 anni (e come uscirne vivi) è sceneggiatrice e regista.
Bruner, coi suoi silenzi, con le sue espressioni, con le sue battute velenose ma i comportamenti giusti al momento giusto, compassionevoli senza sdolcinature e bruschi quanto basta per sdrammatizzare, non solo regala i momenti migliori del film, ma è anche l'adulto che tutti noi vorremmo essere di fronte alla follia isterica dell'adolescenza. Anche se poi si finisce sempre con l'essere più simili alla Kyra Sedgwick mamma di Nadine.

Se non è facile trattare con gli adolescenti, ancora più difficile è essere adolescenti, e Nadine lo sa benissimo: la sua, per ragioni sceniche ma non per questo prive di verosimiglianza, è un'adolescenza quintessenziale, fatta di corazze e aggressività esteriori che difendono sgomenti e insicurezze interiori, di amori sognati e gelosie consumate, rapporti logorati e ossessioni compulsive.
E se a incarnare tutto questo, e molto di più, è una Steinfeld che non ha problemi nel mettere in scena la parte più goffa e poco affascinante del suo corpo e della sua persona, ecco che in 17 anni (e come uscirne vivi) si respira per tutto il tempo una fresca aria di sincerità.
La sincerità, e la semplicità, con cui Kelly Freemon Craig racconta la sua storia, la storia di Nadine, fanno infatti la differenza in un film che altrimenti poteva essere archiviato come un recupero un po' pedissequo di luoghi comuni e convenzioni narrative dei teen movies. Una sincerità che si basta, e che quindi non richiede al copione capriole e salti mortali per impressionare lo spettatore, ma che al tempo stesso lo infarcisce di tanti, piccoli - a volte impercettibili - scarti rispetto alla norma o al canone, e che rendono la vicenda vera, riconoscibile, amabile.

Questo però non significa affatto che 17 anni (e come uscirne vivi) sia un film privo di spigoli: tutt'altro.
Kelly Freemon Craig tutto fa tranne limare via le asperità di Nadine e delle situazioni in cui è coinvolta, a rischio di farcela diventare un po' antipatica come un po' antipatici (per usare un eufemismo) sono tutti gli adolescenti.
Nadine che è sfigata, sì, ma presuntuosa e arrogante, con un sarcasmo alla Daria e un eloquio che non disdegna ma anzi abbonda in parolacce. Fragile, sì, ma egoista ed egocentrica fino all'aggressività, pronta a ripudiare madre, fratello, migliore amica perché non si adeguano ai suoi standard e alle sue aspettative. Intelligente, sì, ma capace delle peggiori cazzate quando è annebbiata dallo sturm-un-drang della sua adolescenza.
E allora il film è tutto lì: nella capacità di raccontare quel momento chiave della crescita in cui realizzi che non è il resto del mondo a non capire niente, ma che sei tu a fare cazzate e commettere errori.

Proprio quello che si aspetta da un film che vuole essere il trait d'union tra John Hughes e Napoleon Dynamite. E che si permette il lusso di buttare lì, quasi distrattamente, "True" degli Spandau Ballet, come fosse un pezzo qualunque da sfumare dopo una manciata di secondi.

17 anni (e come uscirne vivi)
Il trailer italiano del film - HD
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