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Warren Beatty: 80 anni tra fascino, ambizioni e stardom

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Un traguardo importante per un personaggio fondamentale di una Hollywood che sta scomparendo.

Warren Beatty: 80 anni tra fascino, ambizioni e stardom

Warren Beatty compie 80 anni il 30 marzo del 2017. C'è il serio rischio che per tanti, specialmente i più giovani, possa essere solo il vecchio che dal palco degli ultimi premi Oscar cade in preda al panico con la busta sbagliata, cedendo il problema a Faye Dunaway. Fortunatamente, Henry Warren Beatty è ben più di questo. Fratello minore di Shirley MacLaine, sin da ragazzino si rifugia nella musica e nelle imitazioni per isolarsi da un padre alcolista col quale non riesce a comunicare. Star del football al liceo, rinuncia a una carriera sportiva praticamente sicura per tentare con la recitazione, e a metà degli anni Cinquanta lascia anche l'università per iscriversi all'Accademia d'Arte Drammatica di Stella Adler: proprio in questi anni sua sorella Shirley ha debuttato in La congiura degli innocenti (1955) di Alfred Hitchcock, quindi il sogno del cinema che gli ha tenuto compagnia da giovanissimo non sembra un miraggio. Possiamo dividere la carriera di Beatty in tre fasi distinte, cercando di scremarla dalla lunghissima serie di rapide conquiste sentimentali che hanno costellato la sua vita (incredibile elencare nella stessa frase Liv Ullman, Joni Mitchell, Goldie Hawn e Maria Callas!).

Gli esordi e il successo

Tra il 1957 e il 1960, Warren brucia le tappe, facendo capolino in sitcom per la tv e sfiorando un Tony Award in teatro: impossibile non notarlo, in parte per la tenacia e le capacità, in parte per un aspetto fisico che gli assicura acclamazioni speticate dal pubblico femminile. Il suo debutto cinematografico unisce i due aspetti: il fascino e l'impegno sociale, inevitabile sull'onda lunga di James Dean in Gioventù bruciata e La valle dell'Eden. E' proprio il regista di quest'ultimo, Elia Kazan, ad aprirgli le porte del grande schermo con Splendore nell'erba (1961), dov'è un liceale innamorato della coetanea Natalie Wood: il loro amore viene ostacolato, per ragioni e modalità differenti, dalle rispettive famiglie, in una storia sincera, malinconica, recitata benissimo e trascinante. Ai Golden Globe Warren ottiene una nomination come miglior attore in un film drammatico, ma anche un premio speciale per le giovani promesse. Fatevi un favore, recuperate Splendore nell'erba (se non per Warren almeno per la splendida Natalie): attualmente è su iTunes, anche in lingua originale.

Per capire quali traguardi Beatty volesse raggiungere, bisogna confrontare i suoi lavori successivi con la sua prima doppia nomination all'Oscar (come attore e produttore) in Gangster Story (1967, in streaming su Wuaki e Chili), storia dei mitici rapinatori Bonnie & Clyde. Ansioso di guadagnare un controllo creativo totale sui suoi lavori, Warren produce Gangster Story affidando la regia all'Arthur Penn che l'aveva diretto in Mickey One (1965) e un ruolo al Gene Hackman conosciuto sul set di Lilith – La dea dell'amore (1964), insistendo pure per il debutto cinematografico di Gene Wilder. Il successo del film cointerpretato con Faye Dunaway (sul set, nessuna sorpresa, si vocifera di un rapporto non solo professionale) dà subito l'idea che a trent'anni le idee dell'attore siano molto chiare.

L'autore

Nonostante negli anni successivi Beatty appaia in film di mostri sacri del cinema americano (tra cui Perché un assassinio di Alan Pakula nel '74), rimane la sensazione che le opere fondamentali nella sua carriera siano legate alle tappe che gli daranno l'autonomia creativa. Tra il 1972 e il 1973 annovera tra le sue brevi liaison quella con la cantante Carly Simon, che rivelerà di essersi ispirata a lui per “You're So Vain”. Con Shampoo (1975) di Hal Ashby non si limita più a produrre e interpretare, ma collabora alla stesura del copione, ed è per quello che viene nominato all'Oscar: nella storia è un parrucchiere di Beverly Hills con una compagna fissa e due amanti, in equilibrio tra commedia e malinconia, in un'autoironica consapevolezza della propria confusione sentimentale. Con lui sullo schermo c'è ancora una volta Julie Christie, compagna di una delle sue relazioni relativamente più lunghe, con la quale aveva diviso il set di I compari di Robert Altman nel '71 e che sarà presente nel film successivo.
Con la commedia Il Paradiso può attendere (1978), remake dell'Inafferabile signor Jordan del 1941, viene posto l'ultimo tassello nell'autorialità a tutto tondo: Warren firma la regia in coppia con l'attore Buck Henry, e il film ottiene quattro nomination all'Oscar, appunto per regia, miglior film, migliore sceneggiatura non originale e miglior attore protagonista (ma Beatty si consolerà col Golden Globe). Il suo ruolo è quello di un giocatore di football, morto anzitempo in un incidente stradale: quando in Paradiso si rendono conto di un disguido, nell'impossibilità di rispedire la sua anima nel corpo appena cremato, viene reincarnato nel corpo di un magnate appena ucciso.

Niente di particolarmente memorabile, ma Il paradiso può attendere è il riscaldamento per l'apice della sua realizzazione artistica: Reds (1981), scritto, diretto, prodotto e interpretato al fianco della nuova fiamma Diane Keaton, dopo Julie Christie e prima di Annette Bening uno dei grandi amori della sua vita. Reds è il biopic di John Reed, giornalista che seguì da vicino la Rivoluzione d'Ottobre, sposando gli ideali comunisti: il titanico impegno, nominato come miglior film, porta a Beatty l'Oscar come migliore regista, nonché due nomination come miglior attore e miglior sceneggiatore. Reds vincerà anche le statuette per la migliore fotografia (di Vittorio Storaro) e per la miglior attrice non protagonista (andata a Maureen Stapleton). In piena America reaganiana, l'impegno politico di Warren, da sempre uomo di sinistra, ottenne un successo di pubblico e critica mai più replicato negli anni a venire.

Più lontano dai riflettori

All'indomani di Reds, Warren Beatty ha 45 anni e la sua carriera subisce una battuta d'arresto. Dal 1981 al 1990, anno in cui torna sugli schermi dirigendo Dick Tracy per la Disney, Beatty recita solo nel flop di Ishtar (1987) con Dustin Hoffman, ricavandone però un flirt con Isabelle Adjani. Lo stesso Dick Tracy, nonostante il successo di pubblico, è un cinecomic ante-litteram non esplosivo: anche protagonista, Beatty non ha il coraggio di chiedere a se stesso il sacrificio che chiede agli altri attori, cioè protesi facciali per assomigliare alle strip di Chester Gould. Nel frattempo, ha una breve relazione con Madonna, partner femminile sullo schermo.
Ultimo film realmente importante della sua carriera si può considerare il biopic in costume Bugsy (1991, su Chili e Google Play), dov'è il gangster Bugy Siegel: a parte le due nomination come miglior attore e produttore, è qui che entra nella sua vita Annette Bening, l'unica donna che abbia mai sposato. Convolato a nozze nel 1992, dopo una lunga e quasi mitica militanza dongiovannesca, Beatty mette quindi la testa a posto a 55 anni, dando luce a quattro figli e celebrando con Annette l'idillio tramite un remake del suo film preferito, Love Affair (1994).

Nonostante l'interessamento dell'Academy per il suo Bulworth – Il senatore (1998, nomination per la sceneggiatura), lascia perplessi molti la storia di un politico attempato che si dà al rap, e Beatty sembra non avere più i riflettori su di sé. C'è da sperare che il suo ritorno alla regia e alla recitazione con L'eccezione alla regola (2016), dal 27 aprile nelle nostre sale, possa essere una buona occasione per riscoprire un autore che forse ha segnato un'epoca, antecedente alla sacralità dei recuperi anni 80 tanto di moda negli ultimi tempi.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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