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“Volevo rendere impossibile voltare lo sguardo”: Rose McGowan ha presentato la sua autobiografia Brave

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L'incontro con il pubblico si è svolto ieri sera in una libreria di New York

“Volevo rendere impossibile voltare lo sguardo”: Rose McGowan ha presentato la sua autobiografia Brave

Non un incontro come gli altri, quello di ieri a Barnes and Noble. Lo spazio adibito alla presentazione era mezzo vuoto, tanto che a venti minuti dall’inizio dell’evento hanno lasciato entrare anche chi non aveva comprato il libro. Il cittadino newyorkese che abitualmente accorre quando a parlare del loro lavoro vengono Michael Chabon o Jennifer Egan, non è dunque pronto a incontrare Rose McGowan. Un conto evidentemente è leggerne o commentarne i tweet, “partecipare” al suo sdegno protetti dalla distanza. Un conto è vederla soffrire dal vivo.

Anche i pochi venuti alla libreria non costituivano il solito pubblico. Per il rispetto che sentiamo di dover loro lasciamo che sia il lettore a dedurne i motivi. Permetteteci però una considerazione del tutto personale, quindi assolutamente opinabile: i promotori organizzati e impeccabili che vediamo in TV sostenere #TimesUp almeno ieri sono sembrati lontani anni luce da coloro che invece supportano #MeToo. Si ha l’impressione che siano due movimenti separati tra loro, con diversi obiettivi. Una sensazione che a nostro avviso non dovremmo avere…

Immersa in una felpa colo arancione abbagliante Rose McGowan è arrivata con tre quarti d’ora di ritardo ed è stata ugualmente sommersa da un tripudio di applausi. Ha iniziato l’incontro rispondendo a una domanda anonima, scritta su un foglietto di carta. La spettatrice (nostra supposizione, nrd.) le chiedeva cosa l’ha spaventata maggiormente nell’uscire allo scoperto, e come gli altri sopravvissuti possono trovare il coraggio di farlo. Il biglietto iniziava così: la paura di far arrabbiare la mia famiglia mi ha sempre costretta al silenzio. Ma sento anche che sto tenendo una parte di me lontana da loro. “L’hai appena fatto – ha risposto la McGowan – Qualche volta penso che chi sopravvive senta che tutto è troppo grande, non sa neppure da dove cominciare. Perché si dovrebbe anche solo andare in terapia? Lo dico nel libro e l’ho ripetuto molte volte: dobbiamo concedere a noi stessi di attraversare il dolore per ciò che abbiamo perso ed è morto. Io ho dovuto allenare me stessa a esprimere come mi sentivo, non ho mai avuto quest’abilità. Stavo tenendo tutti distanti, compreso il mio fidanzato. Potevo confidargli ogni cosa attraverso un messaggio, ma mi era impossibile parlare con lui. Mi esprimevo per metafore, che però permettono alle persone di interpretarle e sentirsi al sicuro, possono addirittura categorizzarle come intrattenimento o arte. Molto meglio che ascoltare la cazzo di verità.”

Una persona si è alzata dalla sedia per chiederle dei commenti che nel luglio 2017 ha fatto sul podcast di RuPaul What’s the Tee?: “Donne trans muoiono e tu hai detto che, come donne trans, non siamo donne normali. Veniamo stuprate più spesso, subiamo abusi domestici più spesso. C’è stata una trans assassinata a pochi isolati da qui. Io sono stata seguita fino a casa…” “Fermati – l’ha interrotta la McGowan, scaldatasi – Siamo lo stesso, il mio punto era quello. Esiste un network chiamato ID Channel che è interamente dedicato a donne vittime di abusi, violenze, donne assassinate, e anche tu sei parte di tutto questo sorella. E’ lo stesso.” La donna le ha allora urlato: “Non fai nulla per loro. Le donne trans sono nella prigione degli uomini. Cosa hai fatto per loro?” La McGowan ha reagito con energia. Il litigio è continuato a base di urla e accuse reciproche, finché la donna non è stata scortata fuori da Barnes and Noble. Rose McGowan si è nuovamente seduta senza però riuscire a contenere la rabbia: “Non mettermi addosso etichette, cazzo. Non vengo dal tuo pianeta, lasciami in pace. Non sottoscrivo le tue regole né il tuo linguaggio. Non metterai etichette a me o a nessun altro! Dovresti essermi fottutamente grata per quello che faccio per il mondo! Chiudi quella cazzo di bocca e togliti dalle palle. Che ho fatto? Io so quel che ho fatto!” Quando non è riuscita a trattenere più le lacrime il pubblico l’ha abbracciata con un lungo applauso. “Non sto piangendo, sono incazzata per le bugie. Sono incazzata perché si tira merda su di me perché ho una vagina e sono bianca, nera, gialla o viola. Tuti vogliamo parlare. Io lo faccio e basta. Le donne trans son donne e ciò che cercavo di dire è che è lo stesso. Le statistiche non sono molto differenti. Ma se vai ad analizzare è un numero molto inferiore. Non c’è un canale dedicato alla loro cazzo di morte. Non ci sono pubblicità di tamponi in cui l’inquadratura entra nel corpo di una ragazza come se fosse violentata o strangolata. Fa incazzare. Finché non devi ingoiare tutto questo meglio se stai zitto. Io mi chiamo Rose McGowan e sono dannatamente coraggiosa!”

Una volta ritrovata la calma la scrittrice si è sentita più sicura a leggere alcuni passaggi di Brave. Quello più toccante è stato quando ha parlato dei suoi capelli, della volontà di portarli oggi sempre corti perché prima li adoperava per coprire il suo volto, per nascondere la sua vergogna e schermarsi dagli altri. “La verità è che io non sono mai stata Rose McGowan l’attrice. Ero una che interpretava la parte di una donna che interpreta altre parti. I miei splendidi capelli lunghi, il modo in cui venivano manipolati da parrucchieri ed estetisti, erano un’altra in cui venivo manipolata da Hollywood, resa un oggetto…” Ha dovuto fermarsi ancora, leggere le stava costando molto. Con un riflesso automatico si è tirata su il cappuccio della felpa, come a difendersi. Dopo qualche secondo ha potuto continuare.

Durante l’ora abbondante in cui ha interagito con il pubblico o letto stralci di Brave, Rose McGowan non ha mai avuto intenzione di presentarsi come una vittima. Non ha individuato carnefici, né pronunciato il nome che tutti si aspettavano. Ha parlato invece di come sta provando a fronteggiare rabbia, frustrazione, dolore. Si è scagliata violentemente non contro persone ma contro l’intero sistema, Hollywood, quello permette l’abuso e lo mercifica per darlo in pasto allo stesso pubblico che col tempo ha addomesticato. Ha accusato l’establishment per il suo essere omertoso. “Volevo fare i modo che nessuno potesse più volgere lo sguardo altrove”. I momenti del libro che ha scelto di condividere, che parlassero della sua infanzia ugualmente difficile o della carriera di attrice, sono stati volti a incoraggiare alla definizione o al rafforzamento della propria personalità, base fondamentale perché chiunque sia stato vittima di violenze possa superare il trauma. Accettare, azzerare e ricostruire: questo in sintesi è stato il messaggio che Rose McGowan ha proposto ieri e che vorrebbe probabilmente far arrivare a chiunque voglia sentirla. Sta alle persone ascoltare o meno.

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