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Vodka, alieni e ricordi d'infanzia: ecco Petrov's Flu, film di Kirill Serebrennikov in concorso a Cannes

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Il regista di Parola di Dio e Summer torna a Cannes, in corsa per la Palma d'oro, con un film enigmatico e multiforme, che traduce in immagini un romanzo di Aleksej Sal'nikov.

Vodka, alieni e ricordi d'infanzia: ecco Petrov's Flu, film di Kirill Serebrennikov in concorso a Cannes

In ordine sparso: fucilazioni sommarie in mezzo alla strada; alieni e rapimenti alieni; ricordi d'infanzia; bibliotecarie killer; dentiere che si muovono da sole; fiumi di vodka; aspirine del '77; gente nuda e poi vestita; morti che aprono la bara e s'incamminano verso casa; ricordi d'infanzia; tristezze; solitudini; esaltazioni.
La cultura russa, cinema incluso, non è di certo minimalista, ma Petrov's Flu, nuovo film del Kirill Serebrennikov che torna in concorso al Festival di Cannes due anni dopo Summer, è un vero e proprio assalto ai sensi e alla logica dello spettatore.

Difficile, quando non impossibile, tracciare una trama chiara e definita del film, liberamente tratto dal romanzo di Aleksej Sal'nikov "La febbre dei Petrov e altri accidenti" (Francesco Brioschi Editore).
Accontentatevi del fatto che il film segue le vicende di un fumettista che vaga per la città in stato influenzale, e che attraversa mille vicende, in un alternarsi di realismo e fantastico, distopico e drammatico, horror e flashback, con slittamenti (e improvvisi ritorni) di punto di vista che coinvolgono anche sua moglie e suo figlio. Influenzato anche lui. E come lui bambino, desideroso e timoroso assieme di prendere parte a un festeggiamento di fine anno.

Rabbia, violenza, aggressività. Ma anche smarrimento, paura, nostalgia. Dal punto di vista erotico-relazionale: attrazione passionale, e bisogno di affetto. Sono i sentimenti primari, tutti forti, fortissimi, gettati in faccia allo spettatore, che sono al centro di Petrov's Flu, e che rispecchiano la confusione della Russia contemporanea, che ha visto la complessità della sua identità culturale esplodere in reazioni schizofreniche nel corso degli ultimi tumultuosi decenni, che che viene vissuta con una passionalità intensa e dolorosa.

Serebrennikov spinge forte su ogni pedale possibile, la sua macchina da presa non sta ferma un secondo ed è pronto a ribaltare in un solo movimento di macchina ogni prospettiva e ogni punto di vista, slittando costantemente tra realtà e fantasia, presente e passato, e privando lo spettatore di ogni possibile punto di appiglio. Eppure, e pur mettendoci due ore e venticinque minuti, alla fine riesce a dare una sorta di coerenza interna al film, a riallacciare dei fili, a dare senso viscerale, se non spiegazione razionale, al sconcertante e perversamente affascinante marasma che si vede sullo schermo.

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