Vittima degli eventi: alcune considerazioni a partire dal fan movie su Dylan Dog

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Vittima degli eventi: alcune considerazioni a partire dal fan movie su Dylan Dog

Da tempo, sono fermo e convinto sostenitore del fatto che – grazie alle nuove tecnologie – la realizzazione di un film (o di un corto, o di un video) non richiede più gli sforzi economici di una volta, soprattutto se si è in grado di pensare in maniera nuova e trasversale.
Quella che appare (e probabilmente è) un'ovvietà, incontra a volte resistenze da parte di registi o aspiranti tali,  ancora convinti della necessità di un certo livello di budget per lavorare in maniera professionale.
La mia posizione, e l'altra, trovano paradossalmente conferma entrambe in Vittima degli eventi, il tanto pubblicizzato fan movie sul personaggio di Dylan Dog che un gruppo di appassionati ha meritoriamente portato avanti e realizzato grazie al crowfunding e a tanto impegno.

Da ieri sera online YouTube, alla portata di chiunque, gratuitamente, abbia una connessione a internet, il film di Luca Vecchi e Claudio Di Biagio è infatti un prodotto dai limiti più che evidenti.
Per carità, lungi da me la volontà di infierire con fiero cipiglio su quello che comunque è un lodevole tentativo di dare seguito alle proprie passioni, ma i limiti ci sono, e vanno sottolineati.

Il punto di Vittima degli eventi è che si tratta di un film dalle caratteristiche industrialmente professionali dal punto di vista della tecnica: dalla fotografia agli effetti speciali, passando costumi, scenografia e perfino montaggio, la sua realizzazione non ha molto da invidiare a quella di tanto cinema medio italiano.
Ma il discorso si fa ben diverso se, alla media professionalità che la tecnologia e l'impegno mettono a disposizione un po' di tutti, o perlomeno di chi abbia voglia di studiare un po', sostituiamo il vuoto artistico che riecheggia nel mediometraggio.

Vittima degli eventi è infatti un film sostanzialmente privo di sceneggiatura, con dialoghi banali e raffazzonati, scivolate di regia e interpretazioni dilettantesche (Haber e Vukotic a parte), con personaggi dotati di zero caratterizzazione se non quella derivante dal fumetto della Bonelli.
Certo, non mancano momenti riusciti o gag simpatiche, ma sono gocce in un laghetto.
E che un film di 50 minuti, su Dylan Dog, manchi di suspense e mordente, è abbastanza grave.

Cosa ci dice tutto questo?
Ci dice che è vero: oggi si può girare un film quasi autoprodotto con dignitosi livelli di qualità tecnica.
Ma ci dice anche che la tecnica serve a poco se non c'è qualità artistica e soprattutto non c'è la scrittura: cosa che viene troppo spesso data per scontata.
Perché tanto sanno scrivere tutti, no? Serve solo una penna, o un computer, e il gioco è fatto.
Eppure il cinema è racconto, narrazione, e la sottovalutazione di questi aspetti centrali, fatti passare in secondo piano rispetto all'inquadratura a effetto o alla ricostruzione scenografica, la più clamorosa spia della distinzione tra un fan-movie dilettantesco e il cinema vero.

Con tutte le proporzioni e i distinguo del caso, poi, queste riflessioni stimolate dal film di Vecchi e Di Biagio (che, ancora una volta, può essere tranquillamente considerato un impressionante gioco fra amici, un coraggioso ed encomiabile esperimento, ma che in qualche modo è rimasto “vittima degli eventi”) possano essere riflesse su buona parte della produzione cinematografica italiana.
Su film scritti a partire da assunti da barzelletta,  vecchi e stantii luoghi comuni,  trite sterotipizzazioni che continuano ad essere riproposti a ogni stagione: stanche variazioni su uno stesso tema che dimostra nel migliore dei casi una stanchezza d'idee, nel peggiore una perversa riluttanza al cambiamento.



 



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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