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Visage - recensione del film di Tsai Ming-liang

Il penultimo film del concorso cannense, Visage del taiwanese Tsai Ming-liang conferma magari il talento visivo del regista, ma lascia basiti anche i suoi fan più accaniti per la pretestuosa “ermeticità” dei suoi contenuti e per alcuni compiaciuti riferimenti formali oramai vicini a facili manierismi.


Visage - recensione del film di Tsai Ming-laing

Il penultimo film del concorso cannense, Visage del taiwanese Tsai Ming-liang conferma magari il talento visivo del regista, ma lascia basiti anche i suoi fan più accaniti per la pretestuosa “ermeticità” dei suoi contenuti e per alcuni compiaciuti riferimenti formali oramai vicini a facili manierismi.

Se il Museo del Louvre invita un regista come Tsai Ming-Liang a realizzare un film che sfrutti i suoi spazi interni ed esterni, non ci può aspettare che il risultato sia un film canonico e tradizionale. Esistono, o dovrebbero esistere, però dei limiti che superare diventa sinonimo di compiaciuta e totale autoreferenzialità. E dispiace constatare che questo è proprio il caso di Visage.

La “storia” del film – quella di un regista di Taiwan (l’attore feticcio di Tsai, Kang-Sheng) che deve girare un film basato sulla storia di Salomé a Parigi e al Louvre, interpretato da una bellissima Laetitia Casta, da un attore talentuoso ma difficile che ha il volto di Jean-Pierre Léaud e da Fanny Ardant, è in realtà per Tsai solo un pretesto per lavorare di nuovo con alcuni interpreti, testarne di nuovi, giocare con la cinefilia e il citazionismo (Truffaut su tutti), accennare tematiche “alte” attraverso un costante susseguirsi di situazioni sempre sul filo (o oltre) il paradossale e l’onirico.

Se nelle sue fasi iniziali Visage riesce comunque ad avere fascino e presa grazie ad alcune invenzioni indubbiamente notevoli, con il procedere della narrazione i dubbi e i malumori crescono con progressione lineare e costante, anche per via di una ripetitività che lavora ai fianchi e spossa rapidamente. Vedere la Casta muoversi sensualmente sulle note di questo o quel brano va bene, lavorare sul paradosso di situazioni e corpi anche, citare il cinema che si ama anche: ma non in maniera seriale e senza che il regista lasci intendere con seppur sfumata chiarezza dove (e perché) voglia andare a parare con i suoi quadri in movimento.

E allora ecco che la dichiarata volontà di Tsai di lavorare sul filo tra reale e irreale, di raccontare l’assurdo e la vacuità dei gesti e degli sforzi che si compiono per tenere botta con l’esistenza ed i doveri piccoli e grandi della quotidianità, appaiano appunto come pretestuose dichiarazioni d’intenti per dare libero sfogo ad una creatività sicuramente immaginifica e surreale, ma permeata di una sterilità che non (ci) lascia scampo.

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