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Venus noire, recensione del film di Abdellatif Kechiche

Abdellatif Kechiche, torna a Venezia in concorso con Venus Noire dopo aver ottenuto il Premio Speciale della giuria tre anni fa con il suo Cous Cous. Film estremamente diversi tra loro, quello e questo, ma accomunati dalla straordinaria forza e intensità di racconto di cui il regista è naturalmente dotato.


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Venus noire, recensione del film di Abdellatif Kechiche


Abdellatif Kechiche, torna a Venezia in concorso con Venus Noire dopo aver ottenuto il Premio Speciale della giuria tre anni fa con il suo Cous Cous. Film estremamente diversi tra loro, quello e questo, ma accomunati dalla straordinaria forza e intensità di racconto di cui il regista è naturalmente dotato.
Dalla storia collettiva e universale di Cous Cous, Kechiche questa volta passa invece al racconto di una vicenda precisa, singolare ed esemplare: quella della vita tragica di Saartjie Baartman, la Venere ottentotta, la donna africana che all’inizio dell’Ottocento fu utilizzata tra Londra e Parigi come fenomeno da baraccone per poveri e ricchi per via delle sue caratteristiche fisiche, sfruttata da tutti, morta da prostituta per malattia, vittima degli egoismi di tutti quelli che ha incrociato sulla sua strada.

Venere nera è un film chiaramente a tema, a Kechiche sta ovviamente a cuore sbattere in faccia allo spettatore una storia atroce e per troppo tempo dimenticata, e come tutti i film a tema si concentra unicamente su questo. Manca, di conseguenza, la caotica complessità di Cous Cous, il lato arioso della sua tragicità, mentre rimane il senso di soffocante claustrofobia dei drammi. In questo caso un dramma non solo straziante ma, per esplicità volontà del regista, profondamente disturbante. La terribile odissea della protagonista, il suo scivolare lento e inesorabile verso il vicolo cieco della degradazione totale e della morte, è riportato da Kechiche attraverso una struttura a spirale, ciclica ed ossessivamente ripetitiva, per logorare i nervi, gli occhi e il cuore dello spettatore di pari passo con il precipitare di Saartje.

Mai gratuito, persino quando l’essenzialità cede il passo a qualche momento didascalico di troppo (ma sono minuzie), Venere nera non risparmia niente e nessuno. Con pochi colpi di cinepresa, Kechiche disvela delle responsabilità e delle insensibilità che toccano tutti i livelli e tutte le istituzioni della società europea dell’epoca: il potere giudiziario (e politico), quello religioso, la scienza, il giornalismo, le classi sociali più basse così come quelle più alte, passando per tutto quello che c’è in mezzo. E per quanto la storia della Baartman sia un emblema dello spregevole razzismo di ieri e di oggi, il regista non dimentica di enfatizzare l’elemento sessista della vicenda, né la natura crudele dell’animo umano.

Durante gli estenuanti 160 minuti di visione, più volte la tentazione di staccare gli occhi dallo schermo è forte, nonostante la violenza rappresentata sia spesso più psicologica che fisica. Eppure Kechiche risulta magnetico, sempre in grado di catturare, di affabulare, di azzeccare immagini filmiche di forza dirompente. Fino a un finale gelido e raggelante, spietato, ma dove l’occhio del regista sa sempre come e dove cadere per ipnotizzare e restituire l’orrore e la sofferenza.

In questo, forse, c’è anche un parallelismo con un livello di lettura meno immediato del suo film, ma di grandissima importanza. Quello che riguarda la distinzione a volte tragicamente sottile tra l’esibizione spettacolare e lo sfruttamento degradante di quel che si mostra. Eppure, questo rischio, Venere nera non lo corre minimamente. Non sappiamo invece se la stessa cosa si possa dire per tutti gli spettatori.


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