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Vento di Passioni e il Brad Pitt più selvaggio, sfrontato, romantico e tormentato di sempre

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È nel magniloquente melodramma western di Edward Zwick che Pitt ha visto consolidarsi gli status di stella hollywoodiana e icona sexy che tutt'ora gli appartengono. E il Tristan di quel film riecheggia perfino nel Cliff Boothe di C'era una volta... a Hollywood.

Vento di Passioni e il Brad Pitt più selvaggio, sfrontato, romantico e tormentato di sempre

Se chiedete a qualcuno di dirvi quali siano stati i film che per primi hanno regalato e consolidato lo status di stella hollywoodiana e icona sexy a Brad Pitt, i più vi risponderanno con titoli come Thelma & Louise, Intervista col vampiro, Seven. Molti si spingeranno fino a Fight Club, mentre una buona fetta del pubblico femminile potrebbe citare lo smielato Vi presento Joe Black.
Più raramente, credo, ci sarà qualcuno capace di ricordare il film che, come e in qualche modo più di tutti questi, ha fatto sì che Brad Pitt fosse Brad Pitt, e che in lui e nella sua presenza sullo schermo vedeva le sue fondamenta e la sua struttura portante.
L'anno è il 1994 (lo stesso in cui Pitt è al fianco di Tom Cruise in Intervista col Vampiro). Il regista è Edward Zwick, che è uno dei registi più classici della Hollywood contemporanea. Il film è Vento di passioni, epica e magniloquente saga sentimental-familiare che si basa su una mescolanza sfacciata di generi, ibridando nel melodramma che ne rappresenta la linea portante il western, l'avventura, il gangster movie, e perfino il film di guerra. Un film dal romanticismo sfacciato e sopra le righe, nel quale un Brad Pitt dai lunghi capelli e l'indole ribelle interpreta un personaggio il cui nome è già una dichiarazione d'intenti: si chiama Tristan, come il protagonista del mito di Tristano e Isotta.

Siamo nel selvaggio Montana d'inizio Novecento, e Tristan è il secondo di tre fratelli: oltre a lui ci sono il quadratissimo, noiosissimo e gelosissimo Alfred (Aidan Quinn) e il poetico e idealista Samuel (Henry Thomas). Sono figli di un colonnello in pensione (Anthony Hopkins) che si è ritirato in quella natura bellissima e maestosa per fare l'allevatore di bestiame.
Tristan è il cowboy dei tre. Quello selvaggio. Quello che è cresciuto vicinissimo agli indiani che lavorano nella sua fattoria, e che ne ha fatta sua la cultura. Per chi guardava i cartoni animati giapponesi tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, il Tristan di Vento di passioni sembra un po' l'erede del Terence Granchester di Candy Candy. E, col procedere della storia e della tragedia, anche un po' della figura del componente alto, magro, silenzioso e un po' tormentato e malinconico del terzetto di eroi di tanti anime, che era regolarmente completato dall'impavido leader del gruppo col ciuffo sbarazzino, e dal ciccione compagnone e spiritoso.
Ma torniamo al film.
Il fatto che a un certo punto, per sposare Samuel, arriva nella fattoria anche la Susannah di Julia Ormond, che è bella, molto bella, tanto che pure Tristan e Alfred non sono indifferenti al suo fascino. Ma poco dopo scoppia la Prima Guerra Mondiale, e Samuel (che è idealista, ve l'avevo detto) sceglie di arruolarsi, e allora si arruola anche Tristan per proteggerlo, e Alfred anche, per non essere da meno nei confronti del fratello di cui è chiaramente invidiosissimo.
Nel Montana torneranno solo Tristan e Alfred: e va da sé che, tra Brad Pitt e Aidan Quinn, Julia Ormond sceglierà il primo. Che pero è selvaggio e irrequieto ("si risveglia in lui l'orso", racconta l'indiano che narra la storia) e allora parte, e a Julia Ormond dice addio, non aspettarmi sveglia, sposa pure un altro. Lei, per non saper né leggere né scrivere, sposerà Alfred. Il tutto mentre al vecchio colonnello prende un colpo apoplettico.

Badate bene che non ho fatto grandi spoiler, e col racconto sono arrivato più o meno a metà film.
Avrete comunque già capito, se non l'aveste già visto, quali sono i toni non certo sottili di Vento di passioni, che calca sulle tragedie e sull'esasperazione del melodramma in maniera spudorata, immergendo il racconto nel calore barocco di una fotografia (premiata col l'Oscar) e di una colonna sonora che non si fanno alcun problema nello stare al passo e anzi esaltare l'epica da polpettone hollywoodiano del film di Zwick.
E però, a tenere tutto in piedi è il Tristan di Brad Pitt, protagonista di scene e momenti a modo loro davvero indimenticabili.
Potremmo parlare di quando Tristan, sconvolto dalla morte di Samuel, s'insinua da solo dietro le linee nemiche e torna poi indietro, nella nebbia nel mattino, coperto di sangue e degli scalpi dei soldati tedeschi che ha ucciso per vendicarsi.
Del sorriso che sfoggia quando, toccandosi la tesa del cappello, saluta per la prima volta la Susannah di Julia Ormond.



Di quando uccide pietosamente il vitello rimasto inestricabilmente impigliato nel filo spinato di una recinzione, o di quando piange singhiozzante sulla tomba del fratello Samuel.
Di quando va a letto con Susannah, e però poi, quando lei al mattino lo accarezza, si sveglia di soprassalto afferrando il suo coltello, preda dei demoni che lo spingeranno a viaggiare attorno al mondo in fuga da sé stesso (e qui si potrebbe parlare delle scene che lo vedono eroico e solitario al timone di una nave che solca le acque del Pacifico, o di quando arriva sulle spiagge popolate da indigeni coi quali intavola commerci, delle fumate d'oppio e nel suo risvegliarsi annebbiato in bordelli cinesi).
Delle sfuriate di rabbia, le cavalcate solitarie, della speranza di una pace che non arriverà mai, se non con l'incontro conclusivo con un orso che metterà fine alle sue sofferenze.

Per tutto questo, Brad Pitt ottenne una nomination al Golden Globe, che è ha rappresentato il primo suo vero riconoscimento come attore. L'anno successivo, quel premio lo vincerà (ricevendo anche una candidatura all'Oscar) per un ruolo del tutto opposto a quello di Tristan: quello dello svitatissimo Jeffrey Goines di L'esercito delle 12 scimmie.
Per vincere un altro premio come attore, Pitt ha dovuto attendere quasi un quarto di secolo, arrivando ai primi mesi del 2020, quando sia l'Academy che la Hollywood Foreign Press Association l'hanno scelto come miglior non protagonista della stagione precedente per il ruolo di Cliff Booth in C'era una volta... a Hollywood.
Venticinque anni che, a vederlo riparare antenne a torso nudo sul tetti di Cielo Drive, per lui sembrano quasi non essere passati: ma questo è un altro discorso, che riguarda lui, il suo personal trainer, e il suo comparto genetico.
E però, a guardarlo bene, perfino il Cliff Boothe scritto da Tarantino sembra avere dentro qualcosa del Tristan di Vento di passioni: il disincanto e la disillusione, il passato complicato, la rabbia repressa, la capacità di menare le mani. E, ovviamente, il sorriso sornione e inconfondibie del suo interprete.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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