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Vengeance - la recensione del film di Johnnie To in concorso a Cannes 2009

Il sempre più prolifico Johnnie To si riaffaccia sulla Croisette con Vengeance, di cui è protagonista una leggenda della musica francese come Johnny Hallyday. Un film sulla vendetta, come è facile intuire, che appartiene forse al versante delle opere minori del cineasta di Hong Kong.


Vengeance - la recensione del film di Johnnie To in concorso a Cannes 2009

Il sempre più prolifico Johnnie To si riaffaccia sulla Croisette con Vengeance, di cui è protagonista una leggenda della musica francese come Johnny Hallyday. Un film sulla vendetta, come è facile intuire, che appartiene forse al versante delle opere minori del cineasta di Hong Kong.

Si chiama Costello proprio come il personaggio interpretato da Alain Delon in Le Samourai di Jean-Pierre Melville. Si veste, si muove, parla poco come lui. Ma è anche un “cuoco” con un passato letale alle spalle proprio come lo Steven Seagal di Trappola in alto mare. Questa bizzarra polarità di riferimenti per la caratterizzazione del suo protagonista dice molto di Vengeance e della sua natura ambigua.

Perché l’impressione iniziale è che questa volta ci si trovi di fronte ad una delle produzioni “minori” di Johnnie To. Anche quando superate le tante incertezze dei primi minuti, dovute anche ad un Hallyday incerto e non del tutto a suo agio nella parte, rimane l’impressione che Vengeance sia chiaramente uno di quei tanti film su commissione che il regista di Honk Kong affronta tra un progetto personalissimo e un altro; e nonostante tematiche come la vendetta, il legame d’amicizia tutto al maschile tra Costello e i tre killer che assolda per aiutarlo nel suo compito, la messa in campo dei sentimenti, To sembra rinunciare (in)consciamente ad ogni forma di pathos, dramma o dolenza; elementi dei quali i suoi capolavori, invece, trasudano. In Vengeance a farla da padrone sono le battute e le traiettorie balistiche, i colpi sparati e quelli subiti, pesantissimi e lievi al tempo stesso, lo spazio per la costruzione epica di storia e personaggi sembra ridottissimo.

Eppure, To è sempre in grado di inventare quei due o tre momenti di cinema che – se non altro a livello visivo e d’impatto – volano veramente altissimi, e non solo nella consueta e straconsolidata abilità nella costruzione e nella gestione delle geometrie e degli spazi. Ed in più, nel fare del suo protagonista un uomo dalla memoria fragilissima, che ha bisogno di scriversi i nomi sulle foto degli amici per ricordarseli, e che arriva a dimenticare, seppur momentaneamente il suo stesso desiderio di vendetta, Vengeance pare insinuare qualcosa di assai poco banale sul senso e significato di certi sentimenti umani, come conferma l’enigmatica e disorientata risata finale di Costello.

Si tratta solo di indizi e momenti isolati in un film che complessivamente non convince e conquista nel suo tentativo di applicare la levità aerea di Sparrow ad una vicenda e delle situazioni che lievi non sono affatto. Ma se è vero che Vengeance è un film minore, lo è anche che, seppur in minore, Johnnie To riesce sempre ad essere Johnnie To.

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