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Venezia 68: bilancio attivo per il cinema, rosso per l'organizzazione

Quel che appariva evidente sulla carta, alla fine è stato confermato dalla pratica delle visioni: questa del 2011 è stata una buona edizione per il Festival di Venezia.

Venezia 68: bilancio attivo per il cinema, rosso per l'organizzazione

Venezia 68: bilancio attivo per il cinema, rosso per l'organizzazione


Quel che appariva evidente sulla carta, alla fine è stato confermato dalla pratica delle visioni: questa del 2011 è stata una buona edizione per il Festival di Venezia.
Dei 23 film presentati in concorso, il tabellino riassuntivo delle stelle assegnate dal Daily della Mostra, ben undici hanno un voto medio di almeno 3 stelle su 5. E, andando a memoria, anche i nostri personali giudizi hanno assegnato la sufficienza ad un numero più o meno analogo di titoli.

In cima alle nostre preferenze, curiosamente, due titoli che sembrano provenire da due scuole di pensiero cinematografico molto diverse: da un lato il faticosissimo ma innegabilmente maestoso Faust di Alexandr Sokurov, dall'altro l'impeccabile e understated Tinker, Tailor, Soldier, Spy di Tomas Alfredson.
Subito dietro di loro un nutrito gruppetto capeggiato dal Carnage di Polanski e composto da Shame, Dark Horse, Le idi di marzo, Killer Joe.
Inutile negare che è tra questi titoli (e i loro registi e interpreti) che vorremmo vedere distribuiti i premi della giuria guidata da Darren Aronofsky.

Curioso notare come, con le parziali eccezioni del film di Steve McQueen e di quello di Solondz, tutti questi titoli sembrano (come facemmo notare via blog) guardare strettamente, pur con lenti differenti, alle loro radici letterarie o teatrali, e siano film dove la centralità della parola e del dialogo sono mai fastidiosamente evidenti. E che proprio i protagonisti dei due film citati come eccezioni fanno invece dell'assenza di parola (di comunicazione, di espressione) una delle radici forti dei loro problemi. È attraverso questo meccanismo, assieme a quello formale che, generalmente parlando, del classicismo ha solo l’abito e non i dettagli, che il cinema cerca di trovare nuove sistemazioni al (suo) presente e propulsioni al (suo) futuro.

Qualche spinta verso il futuro è arrivata anche per (e attraverso?) il cinema italiano: oltre al pubblicizzatissimo discreto esordio di Gipi, da segnalare anche quello di Francesco Lagi con Missione di pace, uno di quei film di cui a casa nostra si ha bisogno come il pane per uscire dai soliti binari morti e arrugginiti della media della produzione. E peccato allora che in concorso sia finito uno dei film meno riusciti della Mostra, il Quando la notte di Cristina Comencini buon ultimo nel citato pagellino del Daily con una media voto di 1,5 stelle. Le stesse che gli abbiamo riservato noi.

Se comunque il bilancio artistico della Mostra è sicuramente in attivo, è quello organizzativo ad essere drammaticamente in rosso: un festival come Venezia non può più permettersi sale scomode come la Darsena o sottodimensionate come tutte le altre, dalla Perla in giù; non può permettersi la scarsa professionalità di certo personale di sala né errori di valutazione nella programmazione come quelli che ad esempio hanno riguardato il Sal di James Franco, relegato in luoghi e orari scomodi; il numero troppo limitato di posti a sedere in sala stampa; i bar appaltati ma inadeguati, i self service con prezzi da ristorante. Per non parlare di quel buco scandaloso che deturpa il Lido, e che rimane in attesa di un ancor non meglio scadenzato ripristino.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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