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Venezia 2008 - Vinyan, la recensione

Il belga Fabrice du Welz si è fatto conoscere tra gli appassionati di cinema firmando un interessantissimo thriller-horror intitolato Calvaire. E ora con Vinyan, film presentato a Venezia fuori concorso, conferma di avere capacità registiche e un’idea di cinema e del mondo assai precisa.


Il belga Fabrice du Welz si è fatto conoscere tra gli appassionati di cinema firmando un interessantissimo thriller-horror intitolato Calvaire. E ora con Vinyan, film presentato a Venezia fuori concorso, conferma di avere capacità registiche e un’idea di cinema e del mondo assai precisa. Interpretato da Emmanuelle Béart e Rufus Sewell, Vinyan racconta di una coppia che ha perso il figlioletto durante lo tsunami che ha colpito le coste indocinesi nel Natale del 2004 e che sono rimasti in Thailandia, covando la speranza che il bambino non sia morto ma rapito da trafficanti di esseri umani. Dopo aver visto un video nel quale lei crede di riconoscere il figlio, i due partono per un viaggio clandestino lungo le coste della Birmania per riportare il bambino a casa, accompagnati da un malavitoso di nome Gao. La ricerca ed il viaggio della coppia si farà progressivamente sempre più allucinato e allucinante, un vero incubo ad occhi aperti che condurrà i due occidentali alla scoperta di un luogo mistico e pericoloso.

Quello di du Welz è sicuramente un film dalle grandi ambizioni: il viaggio dei protagonisti non può non richiamare alla mente Cuore di tenebra di Conrad e – di conseguenza – quello di Apocalypse Now; nel finale si rintracciano lontani echi del Signore delle Mosche di Golding; l’ossessione del personaggio della Béart per il ritrovamento del figlio assume valenze chiaramente sociologiche nel suo essere occidentale e rifiutare i bambini locali che gli vengono spacciati per il suo e ancor più chiaramente psicanalitiche nel suo abbracciare la follia e nei gesti che compie in un finale che non andiamo a spoilerare per ovvie ragioni.
L’ambizione è tanta quindi, qualcuno potrebbe dire troppa. Ma è innegabile che du Welz abbia il manico registico per non sfilacciare troppo una vicenda tanto complessa nella sua semplicità e che nei simbolismi che mette in gioco sia in grado di stimolare riflessioni di grande interesse sui meccanismi umani e di colpire con immagini di grande suggestione cinematografica. E di conseguenza, specie per quanto riguarda i ragionamenti sulla maternità che porta avanti, possiamo dire che l’ambizione di Vinyan poggi su basi più che sufficientemente solide.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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