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Venezia 2008 - The Wrestler, la recensione

Due cose colpiscono immediatamente di The Wrestler, film con cui Aronofsky torna in concorso a Venezia dopo il pasticciaccio brutto di The Fountain. La prima è che il regista ha messo da parte le particolarità dello stile registico adottato finora per girare in maniera quasi lineare e classica. La seconda è che la storia del wrestle...



Due cose colpiscono immediatamente di The Wrestler, film con cui Aronofsky torna in concorso a Venezia dopo il pasticciaccio brutto di The Fountain. La prima è che il regista ha messo da parte le particolarità dello stile registico adottato finora per girare in maniera quasi lineare e classica.
La seconda è che la storia del wrestler Randy “The Ram” Robinson (interpretato da un bravo Mickey Rourke) pare assai simile come toni e situazioni a quella del recente Rocky Balboa. E che i personaggi protagonisti – così come gli interpreti – dei due film giocano positivamente con un patetismo di stampo etimologico.
Randy ha passato da un pezzo gli anni migliori della sua carriera, la sua vita è un disastro, peggiora ancora quando dopo uno dei tristi match nei quali continua ad esibirsi viene colpito da un infarto e i medici gli pongono uno scomodo aut-aut: o smetti di combattere o muori.
Randy prova a smettere di essere un wrestler e a diventare una persona normale: prova a lavorare, a stabilizzare il suo (non) rapporto con la spogliarellista interpretata da una sempre più discinta Marisa Tomei e a riallacciare quello con la figlia Evan Rachel Wood. Ma a vita non lo accetta. O forse è lui a non saper accettare la vita: e allora si abbracci l’unico destino possibile, quello del ring e delle sue conseguenze.
Già così il film di Aronofsky è nel complesso riuscito ed accettabile, storia di un uomo incapace di accettare chi è diventato e di rinunciare al sogno che ha di sé, ridotto all’essenza da cui era partito, l’essere un pezzo di white trash.
Ma c’è un’altra lettura della parabola di Randy, più profonda e collettiva, che rende The Wrestler ancora più interessante.
Nel suo esplicito e nostalgico richiamo agli anni Ottanta (indimenticabile un dibattito sulla presunta grandezza della musica di quegli anni, con Randy che esalta i Guns’n’Roses e maledice l’avvento sulla scena di “quel frocetto di Cobain”), nel suo legarsi ad uno sport/spettacolo tanto particolare come il wrestling, per via di alcune sfacciate metafore (Randy è un all American Boy, il suo ultimo match è contro un rivale noto come l’Ayatollah) e di un’ambientazione da America profonda, sembra quasi evidente che protagonisti del film sono gli Stati Uniti stessi. La loro società e la loro cultura.
Gli Stati Uniti che continuano a pensarsi grandi e irrinunciabili come nei reaganiani anni Ottanta, che non sanno più riconoscere sé stessi e gli altri, che non sono capaci di legarsi e farsi capire dalle nuove generazioni, che si suicidano metaforicamente (e purtroppo non solo) andando incontro ad un conflitto che li sta insanguinando nell’anima.
Come Vegas: Based on a True Story, The Wrestler è un film sull’America che cannibalizza, distrugge e uccide sé stessa nell’illusione di inseguire un sogno oramai impossibile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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