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Venezia 2008 - The Hurt Locker, la recensione

È oramai pleonastico dire che per gli Stati Uniti anche al cinema la guerra in Iraq è il nuovo Vietnam. Fatto sta che continuano a giungere dagli USA film incentrati sull’argomento: e se al Festival di Venezia dello scorso anno protagonisti in questo senso sono stati Redacted e Nella valle di Elah, quest’anno al Lido sbarca una rediviv...



È oramai pleonastico dire che per gli Stati Uniti anche al cinema la guerra in Iraq è il nuovo Vietnam. Fatto sta che continuano a giungere dagli USA film incentrati sull’argomento: e se al Festival di Venezia dello scorso anno protagonisti in questo senso sono stati Redacted e Nella valle di Elah, quest’anno al Lido sbarca una rediviva Kathryn Bigelow con The Hurt Locker, storia di un gruppo di artificieri dell’esercito americano di stanza a Baghdad che ogni giorno rischiano la vita disinnescando gli ordigni disseminati dai guerriglieri per le strade della capitale.
Tra di loro soprattutto ci sono i sergenti James e Sanborn (Jeremy Renner ed Anthony Mackie): il primo coraggioso ben oltre i limiti dell’incoscienza, drogato di adrenalina, il secondo misurato e prudente, solo prestato ad una guerra cui il collega pare invece non saper rinunciare.

Si parla di Iraq, in The Hurt Locker, ma la Bigelow sembra relativamente poco interessata al versante politico, alla volontà di prendere posizioni militanti, concentrandosi invece sull’intimo e sulle psicologie dei suoi protagonisti, sui diversi modi che hanno di reagire alla guerra, allo stato di pericolo e tensione che sentono costantemente gravare sulle loro spalle. Reazioni che hanno comunque una portata simbolica che travalica i singoli per arrivare a parlare di collettività.

È per questo che la regista americana, pur confermando lo stile adrenalinico ed energico della sua regia, e realizzando un film tecnicamente molto interessante, capace di giocare con intelligenza con la tensione dà il suo meglio nei momenti di sospensione e lentezza all’interno delle crisi.
Con un paragone sicuramente esagerato, si potrebbe dire che la Bigelow gioca a fare Michael Mann: quello che rimane più impresso del suo film sono le distrazioni della macchina da presa che, seguendo lo sguardo a volte vagante e preoccupato dei protagonisti, indugia su particolari di cose, oggetti, edifici, animali o persone. Con il doppio risultato di dare conto dello stato d’animo dei protagonisti e della complessità di un mondo pericoloso e affascinante al tempo stesso.
Esemplare in questo senso la scena più bella e intensa del film, quando nel bel mezzo del deserto, dopo l’incontro con un gruppo di mercenari, i protagonisti del film vengono bloccati per lunghe ore da un lontano ed invisibile cecchino.

Peccato che la tensione e l’efficacia generali del film vengano inficiate in un paio di momenti da alcune di scivolate di tono, presentando situazioni e personaggi consoni ad una tipologia di film decisamente più banali e standardizzati. Peccato che alla fine l’intento di fotografare le psicologie dei giovani soldati impegnati nella guerra in Iraq si possa dire solo parzialmente riuscito e non del tutto profondo ed incisivo. Peccato soprattutto per le ambiguità politico-ideologiche che emergono nel finale. Nel complesso promosso, pur con qualche riserva.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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