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Venezia 2008 - Il seme della discordia, la recensione

Dopo una lunga assenza (dovuta non alla pigrizia ma alla mancanza d’ispirazione, parola sua), Pappi Corsicato torna al cinema e lo fa con Il seme della discordia, film ispirato alla novella La marchesa Von O. La mano e lo stile dell’Almodovar di Napoli non paiono aver risentito degli anni passati lontano dal set



Dopo una lunga assenza (dovuta non alla pigrizia ma alla mancanza d’ispirazione, parola sua), Pappi Corsicato torna al cinema e lo fa con Il seme della discordia, film ispirato alla novella La marchesa Von O.
La mano e lo stile dell’Almodovar di Napoli non paiono aver risentito degli anni passati lontano dal set: Il seme della discordia è infatti decisamente un film corsicatiano, sia dal punto di vista formale che da quello stilistico. La storia è quella di Veronica (Caterina Murino), sensuale proprietaria di boutique che scopre di essere rimasta incinta e, quasi contemporaneamente, che il marito Mario è sterile. Ne segue una crisi matrimoniale ma anche personale per Veronica, che non ha mai tradito il marito e che forse è rimasta incinta in seguito ad un’aggressione subita da due sconosciuti e durante la quale era svenuta.

Pigiando a fondo sul pedale del citazionismo pop, Corsicato riafferma il suo cinema acido e coloratissimo, leggero nella fruibilità ma in grado di graffiare con le sue trame e le sue situazioni decisamente non ortodosse.
Va detto che dal punto di vista tematico e drammaturgico forse Il seme della discordia è meno anticonformista di alcuni dei lavori del regista, forse meno incisivo e più risaputo: ma non mancano comunque alcune sferzate piuttosto efficaci alle strutture borghesi e sociali, e riflessioni interessanti sulla femminilità e sull’essere donna (e uomo) oggi. A colpire maggiormente però del film di Corsicato è la sua struttura formale e visiva: se inizialmente il film pare voler richiamare alla memoria la classica commedia all’italiana di una volta, di quelle con protagoniste la Loren o la Lollo (di cui la Murino è un perfetto stand-in contemporaneo), procedendo è evidente che il richiamo è quello di certo cinema di genere di fine anni Sessanta e inizio Settanta. Due citazioni inaspettate su tutte: un balletto ripreso da quello della Bouchet di Milano Calibro 9 di Di Leo e un altro (più alcune situazioni scenografiche) che rimanda al misconosciuto La decima vittima di Petri.
Quello di Corsicato è un film piccolo e leggero, forse non troppo ambizioso, in grado di far sorridere (a volte ridere) e di insinuare a tratti, con le sue acidità mascherate, qualche elemento di destabilizzazione nello spettatore.
D’obbligo la menzione d’onore al ruolo – e perché no, all’interpretazione – (auto)ironici di Martina Stella: surreale commessa nel negozio della Murino, di nome Nike come le scarpe, si atteggia da modella, per hobby è ballerina e sembra plastificata come un manichino. O come una velina.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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