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Venezia 2008 - Il primo giorno d’inverno, la recensione

Dopo quello di Stefano Tummolini con Un altro pianeta, già commentato, il Festival di Venezia offre in programma un altro esordio registico: si tratta di Il primo giorno d’inverno, diretto da un giovane filmmaker indipendente di nome Mirko Locatelli e presentato nella sezione Orizzonti.



Dopo quello di Stefano Tummolini con Un altro pianeta, già commentato, il Festival di Venezia offre in programma un altro esordio registico: si tratta di Il primo giorno d’inverno, diretto da un giovane filmmaker indipendente di nome Mirko Locatelli e presentato nella sezione Orizzonti.

Il film di Locatelli è quasi l’opposto di quello di Tummolini, tanto Un altro pianeta era semplice e mai “autoriale”, solare e aperto alla speranza, tanto Il primo giorno d’inverno è un film dalla ostentata ricerca formale e narrativa e cupo, depresso e persino depressivo.
La storia è quella di Valerio, un adolescente che vive con la madre e la sorellina in un piccolo paese del cremasco. Chiuso ed introverso, tanto da sembrare quasi autistico in alcune circostanze, Valerio viene preso di mira da alcuni ragazzi che con lui vanno a scuola e si allenano nella locale squadra di pallanuoto. Per reazione Valerio si chiude sempre di più, per poi utilizzare la scoperta di una relazione omosessuale tra i due bulletti che lo infastidiscono come arma di ri(s)catto: ma gli esiti saranno tragici.

Il film è ricco di molte ingenuità tipiche di un’opera prima, ma non è in questo che risiedono i suoi problemi: plumbeo fin dalla fotografia, Il primo giorno d’inverno è involuto e ostico proprio come il suo protagonista, ripetitivo ed ermetico nella descrizione di un mondo aspro e cattivo, tanto da far risultare quasi impercettibili quelli che il regista ha dichiarato essere gli obiettivi del film: la descrizione delle difficoltà di comunicazione e i rischi dei processi di esclusione.

Locatelli punta evidentemente a modelli di cinema naturalistico ed d’essai come quello ad esempio dei fratelli Dardenne: ma i risultati sono inferiori a quelli degli originali che personalmente già non amiamo affatto.
Sorprende piuttosto come il film sia portatore di uno sguardo tanto triste e pessimista sul mondo, che non lasci trapelare uno spiraglio di luce o di speranza in uno mondo dove non si comunica più, dove regna la povertà materiale e di spirito. E che lo faccia con uno stile che mai risulta incisivo tanto da spingere ad una riflessione o una presa di coscienza.

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