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Venezia 2008 - Akires to kame, la recensione

Dopo Takeshis’ e Glory to the Filmmaker, Takeshi Kitano torna al Lido di Venezia, parte del concorso di quest’anno. Akires to came (Achille e la tartaruga) è stato definito come il terzo e conclusivo capitolo della trilogia firmata dall’attore e regista giapponese sul (suo) ruolo di artista e sul senso dell’arte in generale.


Dopo Takeshis’ e Glory to the Filmmaker, Takeshi Kitano torna al Lido di Venezia, parte del concorso di quest’anno. Akires to came (Achille e la tartaruga) è stato definito come il terzo e conclusivo capitolo della trilogia firmata dall’attore e regista giapponese sul (suo) ruolo di artista e sul senso dell’arte in generale. Contrariamente però ai citati predecessori (il primo perlomeno interessante, il secondo invece decisamente sbagliati), Akires to kame utilizza una struttura narrativa decisamente tradizionale. E probabilmente non a caso. La storia del film parte infatti come quella di un Machisu bambino che nel Giappone dei primi anni Sessanta, figlio di un ricco industriale con il pallino del mecenatismo, sogna di diventare un grande pittore. Machisu poi diventerà un giovane ragazzo che inizia a frequentare la scuola d’arte, e poi un uomo maturo (interpretato dallo stesso Kitano, o meglio da Beat Takeshi) che continua a lottare invano per diventare un artista famoso e dal riconosciuto talento. Le riflessioni di Kitano sul mondo dell’arte, sulle sue assurdità e i suoi opportunismi, sul significato del talento e dell’originalità in campo artistico, non sono propriamente originali e lasciano più qualche perplessità. Si ride per alcuni sketch e bizzarrie varie con le quali Kitano stigmatizza certe ricerche artistiche, ma convince di più il modo in cui Kitano si è messo nuovamente in gioco (i quadri che Machisu realizza nel film sono tutti realmente del regista) e il senso che pare trapelare dal finale del film. Kitano prende in giro e umilia il suo protagonista (sé stesso) e chi gli dà credito (una moglie del tutto succube e pronta ai sacrifici più assurdi). Così facendo denuncia l’inutilità assoluta dei suoi sforzi e della sua ricerca, esaltando negli ultimi minuti quella parte della vita che – ossessionato dall’Arte – il suo protagonista aveva negato a se stesso per decenni. Quella parte della vita fatta di cose e sentimenti semplici ma reali, concreti e solidissimi. Ed allora ecco spiegato il perché di uno stile narrativo e visivo pulitissimo ed essenziale (specie nella lunga, classicheggiante parte con il Machisu bambino) ed un ritorno ad un cinema più ordinato e meno “artistoide” di quello degli ultimi due cortometraggi. Un film da metabolizzare, con alcune ombre ma anche con alcune innegabili luci. Rispetto al film precedente di Kitano, comunque un grande passo in avanti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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