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Uno svedese a Como: Daniel Alfredson ci parla della trilogia Intrigo, dai racconti Håkan Nesser

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Al Noir in Festival, il regista ha presentato Death of an Author, Samaria e Dear Agnes, che gareggia per il Black Panther Award.

Uno svedese a Como: Daniel Alfredson ci parla della trilogia Intrigo, dai racconti Håkan Nesser

Fra i sei film del Noir in Festival che gareggiano per il Black Panther Award, che sarà assegnato da una giuria interamente al femminile durante la serata di chiusura, ce n'è uno, Dear Agnes, che affida il racconto a due donne un tempo amiche indivisibili che tornano a frequentarsi per uno scambio di favori che ricorda un po' L'altro uomo di Alfred Hitchcock, anche se non siamo in treno ma in una bella casa con il giardino e la vittima designata non è né una moglie arcigna né un padre padrone.
Interpretato da Gemma Chan, Carla Juri e Jamie Sives, Dear Agnes è tratto da un racconto lungo dello scrittore svedese Håkan Nesser (nella penultima foto) intitolato "La nemica del cuore" ed è uno dei capitoli della trilogia Intrigo. Gli altri due sono Dead of an Author e Samaria, e il pubblico del Noir ha avuto l'opportunità di vederli (alla presenza di Nesser) e di appassionarsi alle storie di personaggi più o meno tormentati o che comunque flirtano con la morte e con il male. A dirigere il film è stato Daniel Alfredson, che è il regista de La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, che sono il secondo e terzo capitolo della serie Millennium di Stieg Larsson con Noomi Rapace nel ruolo di Lisbeth Salander.

"Håkan Nesser è uno dei miei autori preferiti" - ci racconta di buon mattino Alfredson a Como. "Ho letto i suoi libri molto prima di dedicarmi a questi tre film, quindi diversi anni fa. Come lui stesso ha spiegato l'altro giorno mentre parlava al pubblico del Festival, non gli piace raccontare di delinquenti che si macchiano di turpi crimini. Preferisce narrare di persone normali che fanno cose che non dovrebbe fare. I suoi romanzi e racconti non parlano di gente pazza, ma di individui in cui tutti ci possiamo identificare e di cui possiamo, se non giustificare, almeno capire i comportamenti e le ragioni".

In Death of an Author i due protagonisti parlano di romanzi e di cosa renda un'opera di finzione intrigante, insomma dei segreti della buona scrittura. Quali sono, secondo lei, gli ingredienti giusti per una crime-story?
Per me la cosa importante è inventare personaggi in cui magari non ti riconosci ma che devono apparire interessanti. Cerco sempre di inventare storie che possano intrigare il pubblico in modo da spingerlo a scoprire come potrebbero andare a finire. Voglio che la gente sia incuriosita dagli uomini e le donne che racconto, dal loro destino e dalle decisioni che si trovano a prendere.

Fra Death of an Author, Samaria e Dear Agnes, qual è il suo racconto preferito?
Quando ho lavorato su Death of an Author, ho pensato che fosse il mio racconto preferito, poi, quando è arrivato Dear Agnes, ho cambiato idea. Lo stesso è accaduto con Samaria, che per un po’ ha goduto del mio favore assoluto. Ora come ora non saprei fare una classifica. Mi rivolga la stessa domanda fra 10 anni, vedrà che probabilmente sarò in grado di sceglierne uno.

I personaggi dei tre racconti, e quindi dei tre film, sembrano essere accomunati dall'incapacità di riconciliarsi con il loro passato. E’ un tema che la affascina, che le piace trattare?
Fare i conti con il passato è uno degli argomenti più importanti delle opere di Håkan. Tutti noi ci portiamo sempre dietro ciò che è stato e, se non facciamo pace con il passato, il passato ci presenterà prima o poi il conto. Anche io ho delle cose del mio vissuto con cui devo fare continuamente i conti, ma ciò non significa che io voglia o debba uccidere qualcuno. Per me il passato non è un'ossessione.

Altro tema caro a Nesser è il desiderio di vendetta…
L’istinto di vendetta non è un sentimento nobile, ma è una caratteristica che indiscutibilmente ci appartiene, e a volte è necessaria. La sete vendetta non è una cosa buona, perché nella maggior parte dei casi è incontrollabile, ma è una cosa umana.

I racconti lunghi di Håkan Nesser non sono le prime opere letterarie che lei porta al cinema. Le piace tuffarsi in universi creati da altri? Perché ha accettato di cimentarsi in una serie di trasposizioni?
Prima di tutto credo che un romanzo debba avere una storia adatta a diventare un film. Non tutti i romanzi possono essere prestati al cinema. Nell'arco della mia carriera ho rifiutato diverse trasposizioni di libri che erano talmente belli che non c'era bisogno di trasformarli in una sceneggiatura. Li avrei guastati, non avrei reso giustizia al loro valore. Con la trilogia Intrigo è diverso: non vedevo l'ora di dare ancora maggiore popolarità a un solitario come Håkan. Poi c'è un'altra cosa: è più facile trovare i finanziamenti per un progetto che prende spunto da un romanzo famoso. Quando invece ti presenti a un produttore con una sceneggiatura originale, dicendo: mi piacerebbe trasformarla in un film, nella maggior parte dei casi ti senti rispondere: ma alla gente non interesserà questa storia perché è sconosciuta. I film di Millennium hanno potuto contare su un budget cospicuo per la popolarità dell'opera di partenza. Anche con il lavoro di Håkan Nesser si cattura facilmente l'attenzione dei produttori.

Tornando a Dear Agnes, a volte si ha l'impressione che il punto di vista del racconto sia Agnes, altre volte Henny, però c'è una scena in cui sembra che ci sia un terzo punto di vista: quello della macchina da presa o del narratore onnisciente. E’ d’accordo?
Sì, il terzo punto di vista è il mio. In Dear Agnes il mio obiettivo era far oscillare continuamente il pubblico fra Henny e Agnes, rendendolo un po’ insicuro e spingendolo a domandarsi: chi delle due è quella buona? Ho cercato di fare un film che spingesse lo spettatore a parteggiare ora per l'una e ora per l'altra. Ditta Bongenhielm, la mia co-sceneggiatrice, è convinta che il film sia una love-story, Henny e Agnes formano una coppia meravigliosa, oppure sono un un'unica persona, o meglio le due anime di una sola donna.

Uno dei protagonisti di Death of an Author è Ben Kingsley. Com'è stato lavorare con lui?
L'ho conosciuto 3 mesi prima di iniziare a girare. Come molti grandi attori britannici, è preparatissimo, non si porta mai dietro la sceneggiatura. Quando arriva sul set, conosce già le sue battute a memoria. E’ molto metodico, ha le idee chiare, nutro un profondo rispetto per lui, è molto intelligente.

La Svezia ci ha regalato, negli ultimi decenni, eccellenti autori di thriller, maestri del noir. Immagino che la cosa la riempia di giusto orgoglio...
Certo, e ha ragione: il noir nel mio paese va fortissimo. Dobbiamo molto a Maj Sjöwall e Per Wahlöö, che alla fine degli anni ’60 e all'inizio degli anni ’70 scrissero dieci romanzi polizieschi con protagonista un investigatore di nome Martin Beck che ebbero un successo straordinario. Molti degli scrittori che sono arrivati dopo hanno sentito il bisogno di confrontarsi con loro, hanno divorato i loro libri per poter non essere da meno. I romanzi di Sjöwall e Wahlöö avevano una forte valenza politica, criticavano la società. Sia Henning Mankell che Stieg Larsson, che erano autori molto politici, si sono ispirati a loro.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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