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Una serata di pioggia a New York, ascoltando Woody Allen all’Hotel Carlyle

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Il racconto di una giornata di pioggia a New York, rincuorati nel vedere il grande regista sempre vitale col suo clarinetto.

Una serata di pioggia a New York, ascoltando Woody Allen all’Hotel Carlyle

Manhattan è un’isola, non è che si possa continuare a sviluppare urbanisticamente all’infinito, eppure ci sono quartieri sempre in movimento, così come i cittadini che li abitano, almeno quelli che non si sono già trasferiti verso Brooklyn o Long Island City, nel Queens. Quartieri come quelli di Lower Manhattan, la parte più meridionale, la prima in cui affacciarono gli olandesi e ridiscussero con le cattive le rotte di commercio dei nativi lungo i due fiumi: l’Hudson e l’East River. Una zona commerciale, piena di magazzini, malsana fino a non molto tempo fa, colpita poi dagli attentati alle Twin Towers del 2001 che hanno ulteriormente rimodellato il suo sviluppo urbano. Questa volta, in città con amici per le feste di fine anno, abbiamo deciso di alloggiare ed esplorare quella zona, in particolare Tribeca (Triangle Below Canal, il triangolo a sud di Canal Street), che meno conoscevo. Gli artisti sono arrivati da tempo a colonizzare quelle strade, a creare i loro atelier e i loro loft, prendendo il posto dei magazzini tessili e ancora prima dei terreni agricoli che trionfavano nell’Ottocento.

Uno spazio in continuo cambiamento, da cui una sera siamo partiti per raggiungere il luogo forse più immutabile della città: l’Upper East Side, non molto cambiato da quando, un paio di secoli fa almeno, le grandi famiglie patrizie si spinsero più lontano possibile dagli odori malsani della parte meridionale per costruire le loro grandi dimore. I Rockefeller, i Vanderbilt, i Goldman, i Guggenheim, i Carnegie.
Non è cambiato, sicuramente, da quando Woody Allen ha iniziato a raccontarcelo, il quartiere in cui vive e ama girare i suoi film. Era il 30 dicembre e siamo andati a vederlo suonare il clarinetto con la sua jazz band, in uno dei suoi concerti del lunedì che tiene da molti anni al Cafè dell’Hotel Carlyle, con ancora negli occhi le scene girate proprio in quell’albergo nel suo ultimo film, Un giorno di pioggia a New York. Lo ricordate sicuramente, viene invocato per tutto il film, l'appuntamento al bar del Carlyle, fino a veder apparire Chalamet che si mette al piano, aspettando Elle Fanning. Ma questa è un’altra, bellissima, storia.

Sono stati mesi difficili per chi, come il sottoscritto, ama Woody Allen come un familiare, che si ritrova una volta all’anno da sempre, ti ha aiutato durante l’adolescenza a porti tante domande e a cercare uno spazio nell’angusto globo in cui viviamo, trasmettendoti le sue passioni. Un parente che non chiedeva nulla in cambio, però, e che è vittima da qualche tempo di un linciaggio mediatico e di una parte notevole dell’opinione pubblica americana, e non solo. Vittima di vecchie accuse, definite senza fondamento da tre processi in tre stati diversi, rievocate da un figlio di Woody, Ronan Farrow, diventato un personaggio cruciale del dibattito pubblico americano, come avvocato per i diritti umani, oltre che giornalista di inchieste sul cosiddetto scandalo #MeToo. Molto legato alla madre, ha riproposto le vecchie accuse al regista di aver molestato il figlio adottivo Dylan, che all’epoca aveva 7 anni. Circostanze decisamente smentite da Moses Farrow, altro figlio di Mia adottato da Woody Allen, in un lungo, dettagliato e circostanziato post sul suo blog.

Al di là dell’artista nel privato, avevo decisamente voglia di avere la conferma con i miei occhi che il mio “familiare” stesse bene, dopo aver avuto conferma con Un giorno di pioggia a New York che il regista era in piena forma. Ci ha pensato un gruppo speciale di compagni di concerto, con cui ci siamo infilati in un Uber, intonando alti lai contro le solite imprecise previsioni del tempo dell’iphone, che promettevano la fine di una pioggia persistente che aveva caratterizzato la giornata. In fondo, però, ci voleva la pioggia per dare la giusta atmosfera alla serata. Arriviamo sulla 76° strada, ecco il Carlyle, istituzione della città di New York, rimasto come il quartiere sospeso a qualche decennio fa. Mi sistemo la giacca d’obbligo, guardando con scetticismo se gli altri uomini che entravano con noi nello spazio concerti del bar dell’hotel avevano fatto altrettanto.

Un’ora e qualcosa prima ci siamo seduti, per la cena obbligata e non compresa nel prezzo. Gente del quartiere, età media decisamente alta, si mescolava a turisti spaesati e qualche coppia russa dal portafoglio gonfio quanto le labbra riadattate all’età desiderata del momento. Schiacciati come sardine, in senso laico, eravamo tutti in tavolini in linea con abitudini più francesi che americane, come la lingua e la cucina che, apparentemente, veniva proposta da un menù tanto supponente quanto appena decente, e ovviamente molto caro. Il nostro tavolo era letteralmente a un paio di metri dal piccolo palchetto in cui le sedie vuote aspettavano i musicisti, a far loro compagnia un piano e un contrabbasso. Davo le spalle al tutto, finendo un petto di pollo, ovviamente organic, quando e il rumore di fondo, a un ventina di minuti dall’inizio teorico del concerto, si è abbassato improvvisamente per l’arrivo di Woody Allen. Proprio lui, di fronte a me, subito intento a pulire e smontare e rimontare con maestria il suo clarinetto. Pantaloni di velluto marrone scuro, cintura ben stretta sulla sua vita gracile, camicia celestina e maglione fra il salmone e il ruggine, a secondo del vostro modo di intendere la vita. Non mancava, naturalmente, l’occhiale iconico.

Pochi minuti e si alza con paciosa serenità, saluta un paio di collaboratori e si avvicina alla sua band: un pianista, una contrabbassista, una tromba e un trombone, un banjo. È tutto, e senza microfoni, neanche a dirlo. Non sono certo un critico musicale, devo premettere, né un particolare esperto di jazz. Nonostante questo è difficile smentire le parole tante volte dette da Allen, “non valgo molto, mi diverto e mi delizio ascoltando chi suona con me, dei veri fuoriclasse”. Sottoscrivo in pieno, mi viene in mente, mentre iniziano a suonare regalando proprio a lui il proscenio, occhi chiusi e gamba sinistra spesso in movimento, con agilità sorprendente per un 84enne. Inizia con quelli che un profano potrebbe descrivere singhiozzi sincopati, che mi spiazzano un po’ ma sono pieni di sbadata ironia e mi ricordano il balbettio con cui recita.

Mi rassicuro presto, preso dalla musica e dalla palese gioia con cui Woody Allen siede su quella sedia, a pochi centimetri da un pubblico di un’ottantina di persone, che per la maggior parte è qui per vedere lui. Non deve essere molto diverso da quando si siede dietro al combo sul set, ogni estate di ogni anno da così tanti decenni, dando vita alle storie appuntate su fogli sparsi. I suoi sono gli assoli più applauditi, a scena aperta, claudicanti ma sostenuti con emozione dai presenti. Non mancano i commenti fra i musicisti, le prese in giro, mentre appoggia a riposo il clarinetto accavallando le gambe, muovendo le sue dita, sorprendentemente lisce per un ottantenne, in movimenti circolari e sempre uguali. Ascolta gli altri suonare a occhi chiusi, dopo essersi passato le labbra sulla manica della camicia. La marsigliese, Coltrane, Miles Davis, si muovono di nota in nota e di musicista in musicista, mentre sembra di veder passare i titoli di testa dei suoi film.

Anche questo lunedì Woody Allen è stato circondato, e direi protetto, dall’affetto dei suoi fan, mentre dopo un’oretta e qualche minuto il trash talking fra la band si fa fitto e le risate si alternano agli applausi dei presenti. Smonta il clarinetto, ripone tutto con cura nella sua valigetta, si rimette gli apparecchi per l’udito che aveva tolto per evitare distrazioni, si alza, azzarda un “buon anno” e se ne va, con la stessa serenità con cui era arrivato, da una porta di servizio. Il chitarrista se lo guarda ridendo, “Woody just left the building”, conferma fra le risate generali.

Come sa chi ha visto il bel documentario a lui dedicato da Robert B. Weide, Allen ama camminare, ma non credo abbia fatto a piedi la ventina di minuti che lo separano dalla sua casa, 118 E. 70th St, a pochi passi da Park Avenue; per chi conosce il mercato immobiliare della city, “l’isolato più bello dell’Upper East Side”. Timidamente confermiamo la bellezza della zona, avendoci fatto un salto l’indomani, rimanendo discretamente sul lato opposto della sua townhouse a tre piani, dieci bagni e un giardino interno. 

Usciamo dall’edificio anche noi, ben più umilmente e con l’emozione di aver potuto finalmente sovrapporre il nostro quartiere preferito al suo cantore maximo. La città è ancora umida, ha smesso di piovere definitivamente, nonostante l’iphone non si rassegni. Per strada circolano solo i taxi che riportano a casa chi ha visto uno spettacolo a Broadway o è rimasto in città, nonostante il ponte favorevole alle feste fuori porta anche a queste latitudini. Come ogni notte l’immondizia si è accumulata sui marciapiedi, pronta a essere raccolta, nelle lobby dei condomini di lusso si vedono brillare le luci dei candelabri di Hanukkah, le farmacie tutte uguali sono sempre aperte, in giro è rimasto solo qualche annoiato autoctono a far zampettare il proprio cane al guinzaglio. Woody e l’Upper East Side, prime luci del 2020.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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