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Una Master Class di sano artigianato con Walter Hill

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Il regista, che ha presentato al Festival di Roma il suo nuovo film Bullet to the Head, è stato anche protagonista di una delle Master Class più attese di quest'anno.


Festival di Roma 2012- Mentre attendiamo che si presenti sul palco il regista della Master Class di quest'anno, il Walter Hill di 48 ore e Danko, combattiamo con un nostro timore: l'evento dell'anno passato con Michael Mann si rivelò non poco deludente, scontrandosi l'estasi critica con un pragmatismo da mestierante e poco stimolante. Di pragmatismo Hill ne ha da vendere anche lui, ma per nostra fortuna ha mostrato più senso dell'umorismo.
Dopo una virtuosistica sequenza di I guerrieri della palude silenziosa, Walter va dritto al dunque: “Non mi piace parlare di arte, si tratta solo di risolvere problemi. Come mi pare dicesse John Keats, una poesia non si scrive, si scopre. Bisogna scoprire la verità di una situazione, lavorando sul momento. Se sapessi qual è il segreto, non ve lo direi.” Di una cosa comunque il navigato regista che ha attraversato gli ultimi quarant'anni di Hollywood è sicuro: “Padroneggiare tutti gli strumenti a disposizione è difficile, l'importante è trasmettere la propria personalità.” Considera il cinema di genere come artigianato, “se è fatto bene, finisce per diventare arte”. “Le mie cose sembrano poetiche? Magari sì, ma quando lavori speri solo che evochino emozioni.” Quando ha iniziato tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, Hollywood però gli appariva migliore: c'era la possibilità un tempo di combinare ambizioni artistiche e business, ma la sua impressione è che ultimamente il lato business abbia fagocitato i contenuti narrativi. “Parlando così ora sembro proprio un vecchio.”
Dopo che gli scorrono davanti le immagini di suoi western come I cavalieri dalle lunghe ombre e Geronimo, è sereno nel riflettere su quel genere con cui tanti spettatori hanno identificato l'America: “Non sono un sociologo, ma forse ha semplicemente perso popolarità l'idea mitica dell'America dei pionieri. E ne sono stati fatti così tanti che c'è stata una saturazione. Quando un genere poi è così iconico da prestarsi alla parodia o all'autoparodia, il declino è alle porte. Ma si può ancora provare a fare.”
Hill si dichiara un sostenitore dell'understatement, del dire senza articolare troppo: più si lavora sull'immagine e sul movimento nell'inquadratura, meglio è, ma senza pianificare troppo. “Di solito non uso storyboard, dico alla troupe quello che voglio. E' inutile, perché sul set succedono tante cose che non puoi prevedere.” Messo di fronte a una celebre sequenza in metropolitana di I guerrieri della notte, spegne gli entusiasmi. Quella scena infatti non avrebbe nemmeno voluto girarla, fu costretto dalla produzione, e ora è una delle sequenze migliori. “Una lezione che posso dare a chi vuol fare questo mestiere: non avete sempre ragione!”
Hill ha parole molto gentili verso due suoi grandi amici e collaboratori. Il primo è il musicista Ry Cooder, incontrato prima di I cavalieri dalla lunghe ombre, inizio della loro collaborazione: “I produttori non lo volevano, facendo crescere in me ancora di più la voglia di assumerlo. Non faceva di testa sua, voleva essere diretto, come ogni bravo attore. Ora è in una fase diversa della vita, scrive. E' la persona con più talento con la quale abbia mai lavorato.”
Malinconiche le parole sull'amico John Milius, gravemente malato: “Avrebbe potuto dirigere di più, la gente lo conosce più come sceneggiatore. Come regista gli ho cambiato alcuni copioni e si è arrabbiato moltissimo: non crede come me nell'understatement, è proprio l'opposto!”
Non si corre il rischio che la conversazione con Hill sia troppo nostalgica: si lascia scappare che alcuni suoi film di culto, compreso Driver l'imprendibile, non li rivede da decenni. “Bisogna andare avanti. Devi fare del tuo meglio, ma non vivere nel passato.” Quando qualcuno del pubblico gli domanda come mai da Undisputed all'ultimo Bullet to the Head, presentato a questo Festival, siano trascorsi dieci anni, chiude l'incontro suscitando un divertito applauso: “Non lo so, devi chiederlo al mio agente! Che sarà mai successo?”





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