Un vecchiarello nel deserto western si prende il Locarno Festival 2017

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Un vecchiarello nel deserto western si prende il Locarno Festival 2017

Sarà il caldo asfissiante, ma non solo allucinazioni: a Locarno tutti sono conquistati da una minuta figura che si aggira per un paesino stiracchiato nel deserto; con tanto di coyote, cespugli spinati trascinati dal vento. Lucky è l’opera prima di un grande caratterista, John Carroll Lynch, che omaggia uno dei più amati non protagonisti dell’immaginario western - e dell’America profonda cara al compianto Sam Shepard - di nome Harry Dean Stanton. Proprio Shepard doveva interpretare il ruolo memorabile poi andato al nostro in Paris, Texas, presentato quest’anno a Locarno in occasione dell’omaggio a Nastassja Kinski. Motivo in più per sentire la sua mancanza qui in Ticino di questo 91enne dalle pelle scolpita dalla vita, che sarebbe anche venuto, ma a una sola condizione: poter fumare in volo, mica poteva restare a secco di nicotina per così tante ore, dall’entroterra californiano alla Svizzera.

Non deve stupire, perché Lucky è proprio l’omaggio a un uomo che fuma come una ciminiera, che risponde legittimamente dall’alto dei suoi anni a chi lo rimprovera in automatico che ne morirà: ‘lo avrei già fatto’. Perché oltretutto in paese quelli della sua età sono tutti morti, mentre lui si sveglia ancora di buon mattino, qualche mossa di yoga, ed eccolo in giro a piedi per il paese, fra un diner uscito direttamente dall’immaginario americano degli anni 50, e il bar dove beve senza problemi e si lascia andare a lunghe conversazioni esistenziali o canzonatorie con gli altri clienti e amici. Pensate che fra di loro c’è anche un omonimo del regista, David Lynch, che per amore di Stanton ha trovato il tempo durante la lavorazione del nuovo Twin Peaks per venire a interpretare un piccolo ruolo.

Potrà sembrare strano, ma Lucky è a suo modo un racconto di formazione di un 90enne, che si spinge verso il futuro, sapendo che alla fine non rimarrà altro che ‘un cazz’, testuale in italiano alla fine di un monologo sulla provvisorietà delle nostre vite, in bilico fra l’esilarante e il commovente. In questo somiglia a un’altra storia che adoriamo alla follia, quella di un altro vecchietto raccontata, indovinate un po’, proprio da David Lynch: Una storia vera, con un protagonista che oggi avrebbe la stessa età di Stanton, viene da un immaginario contiguo, quello dei campi infiniti di mais del Midwest, e che ha compiuto una scelta diversa: mettersi in marcia verso altri scenari, altre mete, mentre Harry Dean Stanton non ci pensa neanche a farlo, lui resta a casa sua, vuole giocarsela con una tartaruga, arrivare ai 100, anche se sfavorito rispetto ai 200 raggiungibili dall’animale.

Il regista, John Carroll Lynch, è uno di quei volti che abbiamo visto mille volte; qualche anno fa come killer in Zodiac, ma anche in Fargo, Face/Off, Gran Torino, Shutter Island, mentre pochi mesi fa era uno dei fratelli McDonald’s in The Founder, al fianco di Michael Keaton. Per gli amanti delle serie televisive è apparso in American Horror Story, The Americans e The Walking Dead. Tutti hanno sposato il progetto con tanto amore e rispetto per Harry Dean Stanton, visto che il film racconta anche tanto di lui, delle sue irresistibili abitudini e della vita vissuta senza rimpianti. La sceneggiatura è stata scritta da un suo assistente personale. A noi il film ha convinto; come non amarne la grazia irriverente, i ritmi camminati e quelle ombre che si stagliano lunghe a sottolineare la sua figura longilinea e il cappello calzato in testa, quasi un tributo all’immaginario western e ai suoi (non) protagonisti che ci hanno così tanto deliziato.

La bella notizia è che Lucky è in concorso, che uscirà prossimamente anche da noi per Wanted, e che per ora è il colpo di cuore del festival, senza urlare o esagerare, come piace a Harry Dean Stanton. Attenzione, il Pardo d’oro rischia di scansare per un anno il cinema punitivo per dirigersi con una bella decappottabile arrugginita e la musica a palla verso il deserto americano.

La Piazza Grande ha regalato ieri sera un paio di film dimenticabili, fra cui il tedesco Drei Zinnen, che aveva da giocarsi almeno un paio di carte promettenti: la presenza delle Tre cime di Lavaredo del titolo e quella di Bérénice Bejo, di nuovo in giro per l’Europa dopo la parentesi italiana con Bellocchio. Purtroppo visivamente il film è a dir poco deludente, riesce nel non facile compito di banalizzare e mal rappresentare degli scenari magnifici e ridurre il ruolo della Bejo a quello di una petulante mamma. Un film che voleva affrontare il rapporto, sempre più sul crinale della perversione, fra un patrigno e il bambino della fidanzata, ma si divide fra una prima parte noiosa e ripetitiva e una goffa accelerazione thriller di scarso interesse e nessuna tensione narrativa. Cercasi il cinema tedesco, a Locarno ma non solo.

Tornando al concorso, il canadese Denis Coté torna a Locarno con Ta peau si lisse (La tua pelle così liscia), un documentario con qualche sprazzo di messa in scena. Segue alcuni culturisti nella loro routine quotidiana fra una gara e l’altra, fra diete e alimentazione estrema. Li definisce gladiatori di oggi, sono ossessionati dal corpo e dal superamento dei loro limiti. Coté, qui di casa, evita il rischio di farne uno spettacolo di freaks e li racconta con affetto, proteggendoli dall’occhio smaliziato dello spettatore. Se si ha la pazienza di accettarne le premesse e il ritmo da passisti se ne rimane catturati, se non addirittura ipnotizzati. Come ha raccontato qui a Locarno, Coté soffre di una malattia ai reni che lo debilita, spiegando il suo interesse molto personale per il corpo, per chi lo vive come una ossessione.

Altro film in concorso, proveniente dalla Palestina, è Wajib (Dovere), la storia di un insegnante sessantenne molto amato e scrupoloso nel suo lavoro. Divorziato, vive a Nazareth e accoglie il figlio architetto che vive a Roma, di ritorno per il matrimonio della sorella. I preparativi sono laboriosi, come da tradizione, prevedendo che le partecipazioni vengano consegnate a mano. Occasione per un dialogo/scontro fra un padre e un figlio ormai quasi estranei, rappresentanti di generazioni e scelte diverse, fra chi ha scelto di restare e accettare compromessi con l’occupante israeliano e chi predica purezza dall’esilio, frequentando l’élite dell’OLP in trasferta europea. Grande carisma e umanità per il protagonista Mohammad Bakri, vera star del cinema palestinese. Wajib è un affresco riuscito sulla quotidiana normalità di una società che tale non riesce mai a diventare. La regista si chiama Annemarie Jacir e ha diretto a inizio secolo il primo corto mai palestinese mai presentato a Cannes.  



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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