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Un sabato italiano a Berlino coi fratelli Taviani

In apertura del primo weekend festivaliero, il concorso berlinese batte, almeno in parte, bandiera italiana. È infatti Cesare deve morire, ritorno alla regia di Paolo e Vittorio Taviani a sei anni da La masseria delle allodole, uno dei film in concorso di oggi.



In apertura del primo weekend festivaliero, il concorso berlinese batte, almeno in parte, bandiera italiana. È infatti Cesare deve morire, ritorno alla regia di Paolo e Vittorio Taviani a sei anni da La masseria delle allodole, uno dei film presentati nella terza giornata della Berlinale, unico film nostrano del concorso.
La nuova fatica dei fratelli Taviani nasce dall’impatto avuto su una loro amica, e su di loro poi, dalle rappresentazioni teatrali dei detenuti del carcere romano di Rebibbia: impatto tale da spingere i registi a scrivere e dirigere un film all’interno della stessa struttura carceraria, con lo stesso gruppo di attori-carcerati.
Solo in apparenza docufiction, ma in realtà quasi interamente rappresentazione, Cesare deve morire racconta la messa in scena del "Giulio Cesare" di Shakespeare, lasciando che siano pochissime le sovrapposizioni tra la preparazione della recita e la recita stessa, per esplicita volontà di amplificare al massimo l’adesione intima e dolorosa dei detenuti ai loro personaggi e ai sentimenti che veicolano.
Applaudito con calore al termine della proiezione mattutina per la stampa, il film dei Taviani riesce indubbiamente a trasmettere la forza e la passione sorprendenti delle interpretazioni (che non ci stupiremmo veder premiate dalla Giuria, per una somma piuttosto ovvia di motivi): ma è inevitabilmente zavorrato da un’idea di cinema antiquata e fuori tempo.
L’intensità in bianco e nero del "Giulio Cesare" recitato tra le mura del carcere si affloscia, infatti, quando i Taviani - che non hanno voluto né saputo rinunciare alla sceneggiatura, o abbracciare momenti di pura documentazione - fanno sentire pesante e invadente la loro mano esterna: quando cercano di spezzare la scena con un retroscena comunque artificiale e, quindi, artificioso. L’illusione di realtà cercata dai registi non decolla mai, e spezza la sospensione dell’incredulità raggiunta nella messa in scena shakespeariana.
Peggio: avvolge l’operazione di un paternalismo accondiscendente che lima le asperità, le personalità, le possibilità. Perché mostrare “per finta” due detenuti che litigano “davvero”, un altro incapace di prender parte alle prove perché provato da un colloquio, uno che immagina l’arrivo in teatro delle donne o un altro ancora che afferma, recitando, che “da quando ha conosciuto l’arte la cella è divenuta una vera prigione”, è francamente insostenibile e moralmente obiettabile.
Voto: 2 1/2. Obsoleto.

Parziali delusioni provengono anche dalla sezione
Panorama, dove Kirsten Sheridan ha presentato la sua opera terza, Dollhouse.
Lontanissima dalla patinata retorica di August Rush, la figlia di Jim sembra aver tentato il ritorno alle origini più ruvide di Disco Pigs, e racconta la storia di cinque adolescenti irlandesi che, una notte, fanno irruzione in una lussuosa dimora momentaneamente disabitata, lasciando che la loro ansia di vita li conduca a devastare e vandalizzare.
Impossibile proseguire nel racconto di svolte quasi immediate della trama senza spoiler are troppo: basti aggiungere che uno dei ragazzi nasconde un segreto, e che presto al gruppetto si aggiungerà un coetaneo che abita nei paraggi.
Formalmente nervosissimo, e non privo d’interesse nell’uso costante e quasi disturbante di camere a mano, primissimi piani, dettagli insistiti e montaggio serratissimo, Dollhouse mette in scena traiettorie relazionali ed esistenziali tese e taglienti. La Sheridan è brava a catturare l’energia (distruttiva e creatrice) dei suoi protagonisti, ha un paio di spunti visivi interessanti (una camera "ricostruita" sottosopra dai ragazzi) ed è capace di creare un clima di tensione pericolosa e costante che arriva sempre vicinissima al momento della rottura, ma che non esplode mai.
Se non, con modalità imprevedibili, quando la regista tira le fila del suo discorso.
Peccato non si tratti però di una vera esplosione, quanto di un’implosione (narrativa) che rende evidente come la complessa architettura di Dollhouse sia in realtà un castello di carte esilissimo, e pronto al crollo al primo alito di vento critico.
Voto: 2 1/2. Bolla di sapone.

Trascurabilissimo, infine, nella sua piattezza, il
Barbara di Christian Petzold, storia di una dottoressa  interpretata dalla solita Nina Hoss che, nella Germania Est del 1978, viene trasferita in un piccolo ospedale di provincia dopo essere stata arrestata dalla polizia politica e da lì continua il suo piano per fuggire ad Ovest.
Niente di tutto questo, e nemmeno la storia d’amore sotterranea e para-platonica tra lei e un collega, è reso da Petzold con una forma o uno stile narrativo più che iperanonico e scolastico, rendendo del tutto impossibile l’adesione emotiva a quanto avviene sullo schermo.
Voto: 2. Flatlandia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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