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Un Prophète - la recensione del film di Jacques Audiard in concorso a Cannes 2009

Accolto da applausi scroscianti, ai quali però non è stato affatto estraneo il ben noto campanilismo transalpino, Un Prophète di Jacques Audiard è il primo dei molti film francesi presenti nel programma di Cannes. Una storia carceraria che conferma il talento del regista dietro la macchina da presa ma che non è esente da difetti.


Un Prophète - la recensione del film di Jacques Audiard in concorso a Cannes 2009

Accolto da applausi scroscianti, ai quali però non è stato affatto estraneo il ben noto campanilismo transalpino, Un Prophète di Jacques Audiard è il primo dei molti film francesi presenti nel programma di Cannes. Una storia carceraria che conferma il talento del regista dietro la macchina da presa ma che non è esente da difetti.

Che Jacques Audiard fosse un regista di ottime capacità, che sa girare molto bene lo sapevamo già dai tempi di Sulle mie labbra e ancora di più di Tutti i battiti del mio cuore: film non perfetti ma comunque dotati di grande fascino visivo e di spunti narrativi non banali. Un Prophète – storia carceraria che racconta dell’ “evoluzione” di Malik, un 19enne sbattuto in galera dove lentamente e progressivamente imparerà a trasformarsi da manovale obbligato di una banda di corsi in un personaggio scaltro ed in grado di badare ai suoi interessi (alla faccia della riabilitazione) – conferma i molti pregi del cinema del francese, ma anche alcuni dei suoi difetti.

Un Prophète è un magniloquente ed ambiziosissimo affresco, dove agli stereotipi tipici del cinema carcerario (usati tutti con intelligenza) vengono progressivamente assommate caratteristiche e dinamiche delle grandi epopee gangsteristiche della storia del cinema recente e non. Ci si perde con piacere nel nugolo di situazioni e personaggi propostici da Audiard, che è capace di farci osservare come con occhi nuovi meccanismi e dinamiche risapute ma non per questo meno affascinanti, e si vivono sensazioni quasi tattili nelle attente ricostruzione delle dinamiche interne ed esterne al carcere dove Malik sconta la sua pena. E di Malik, soprattutto, seguiamo passo passo un’evoluzione interiore che è tutta incentrata sulla crescita personale ma anche sull’indurimento e sulla sedimentazione di tutte quelle particelle criminali che facevano parte di lui all’ingresso nella prigione e che sono andate solo aumentando ogni giorno trascorso tra quelle mura.

Per quanto apparentemente ottimistica, la parabola di Malik è tragica e crudele. Una tragedia nel senso alto del termine, che racconta dell’impossibilità non solo e non tanto della banale “redenzione”, ma di una qualsiasi forma di crescita e di evoluzione che non sia basata sul sangue versato o fatto versare: è anzi il primo, terribile gesto cui Malik è costretto una volta in carcere – l’omicidio di un altro detenuto – che per lui sarà sì un ingombrante fantasma con il quale confrontarsi ma anche il presagio continuo, profetico, di un cammino al quale è oramai impossibile sottrarsi. Persino la possibilità di una mescolanza etnica e razziale, pare essere negata, in Un Prophète, che si conclude con un finale solo in apparenza ottimista.

Audiard mira alto, lo dimostra non solo con lo spessore di queste tematiche ma anche con alcune scelte spiazzanti e coraggiose: tanto in alto, però, da far andare la sua orchestrazione sinfonica fuori tempo, steccare qualche nota, perdere il ritmo, specie dalla seconda parte del film in poi. Dilatata nell’arco delle due ore e mezza tonde di durata, distratta dalle evasioni più autoriali dello stile (via via più frequenti), la storia di Malik si disperde a volte in troppi rivoli, pecca in qualche raccordo tra dura concretezza e profetica astrazione. E Un Prophète, alla fin fine, non è forse tanto efficace quanto avrebbe potuto.

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