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Un homme qui crie, il film di Mahamat-Saleh Haroun in concorso

Si chiama Adam, ma per tutti è "il campione" perché negli anni Sessanta era stato il numero uno del Centro Africa nel nuoto. Da trent'anni lavora come addetto alla piscina in un albergo di lusso di N'Djamena, capitale del Ciad, e da qualche tempo suo figlio Abdel ha iniziato a fargli da assistente.

Un homme qui crie, il film di Mahamat-Saleh Haroun in concorso

Un homme qui crie, il film di Mahamat-Saleh Haroun in concorso


Si chiama Adam, ma per tutti è "il campione" perché negli anni Sessanta era stato il numero uno del Centro Africa nel nuoto. Da trent'anni lavora come addetto alla piscina in un albergo di lusso di N'Djamena, capitale del Ciad, e da qualche tempo suo figlio Abdel ha iniziato a fargli da assistente.
Ma quando la direzione dell'hotel decide di tagliare il personale, e di ridurre ad un solo elemento il personale della piscina, Adam è chiamato a fare una scelta cruciale tra un'attività che definisce la sua vita e il futuro del figlio in un paese dilaniato da una cruenta guerra civile.

Vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia 2006 con Daratt, il regista Mahamat-Saleh Haroun prosegue nel racconto della difficilissima realtà del suo paese attraverso legami e conflitti, sia familiari che sociali.
Questa volta al centro di tutto un uomo silente e dignitoso (interpretato dallo ieratico Youssouf Djaoro) che ha fatto di un passato oramai lontano e di una condizione presente di tutta apparenza la chiave del senso stesso della sua esistenza, il modo per sopravvivere a dispetto delle terribile circostanze del presente. E che pur di non spezzare questa illusione di sé arriva compiere scelte dolorose di cui si dovrà amaramente pentire.

Haroun segue il silenzioso e pensoso andamento del suo protagonista con una linearità formale che ne costituisce un chiaro contraltare, cedendo ad un certo nervosismo solo quando Adam si trova costretto a fare i conti con sé stesso e le sue responsabilità. E aiutato dalla dolente performance del suo protagonista, fatta di gesti e sguardi e movimenti più che di parole, riesce a trasmettere un legame empatico con Adam anche quando le sue scelte e i suoi gesti possono sembrare irrazionali o perlomeno più che discutibili.
Le questioni politiche, la guerra civile, le pressioni affinché ogni famiglia dia il suo contributo alla causa governativa contro i ribelli rimangono quasi sempre sullo sfondo. Fortunatamente, visto che spesso l'eccesso di sottolineature ottiene l'effetto contrario.

Ma allora, per motivi assai simili, ecco che la grammatica basilare di Un Homme qui crie e il suo vivere unicamente sulle spalle di un personaggio e il suo interprete diventano a tratti dei limiti strutturali quando si combinano con alcune ingenuità che banalizzano la linearità della narrazione. Limiti a volte perdonati dai più nel nome di un terzomondismo cinematografico non sempre giustificato e realmente progressista.


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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