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Un duro di nome Ed - ritratto di un grande caratterista (e regista) americano

Una delle colonne portanti del sistema produttivo Hollywoodiano, fin dalla sua strutturazione per generi risalente agli anni ’20, è stata la cosiddetta figura del “caratterista”. E il più grande caratterista dell’odierno panorama americano è senza dubbio Ed Harris, attore dalla solidità ormai consolidata, nonché regista in grado di sor...


Un duro di nome Ed

Una delle colonne portanti del sistema produttivo hollywoodiano, fin dalla sua strutturazione per generi risalente agli anni ’20, è stata la cosiddetta figura del “caratterista”, un tipo di interprete destinato costantemente a ruoli di secondo piano e che basava la propria efficacia sulla costruzione nel tempo di un “tipo fisso”, un personaggio con una fisionomia ed una psicologia ben determinata, che veniva riproposto in varie pellicole. Attori come Peter Lorre, Walter Brennan o Walter Matthau, tanto per cintarne alcuni, hanno costruito la loro fortuna su questo meccanismo che potremmo definire seriale. Il più grande caratterista dell’odierno panorama americano è senza dubbio Ed Harris, attore dalla solidità ormai consolidata, che nel corso del tempo ha affinato un tipo di recitazione sempre più stilizzato e tendente alla sottrazione, ed insieme capace di sorprendere i suoi estimatori con prove dall’enorme sottigliezza psicologica.

L’esordio di Harris al cinema risale al 1978. anno in cui ottiene un piccolissimo ruolo in Coma profondo, thriller con Michael Douglas e Geneviève Bujold; l’affermazione definitiva come comprimario di sicuro affidamento arriva però all’inizio degli anni ’80, in pellicole di successo come Sotto tiro, Uomini veri e soprattutto Le stagioni del cuore. Per vedere Ed Harris in un ruolo da protagonista bisogna attendere la fine del decennio, più precisamente il 1989, quando James Cameron lo vuole nel ruolo dello scienziato Virgil Brigman nel suo Abyss, pellicola dall’enorme impatto spettacolare che però si rivela un vistoso insuccesso al botteghino. L’attore inizia con questa interpretazione a dimostrare di essere in grado di variare il tuo timbro di recitazione, impreziosendolo con sfumature più variegate di quanto ci si potesse attendere.

Purtroppo il “fiasco” di Abyss frena vistosamente la carriera di Harris, che nel periodo successivo si ritaglia ruoli “forti” in altre opere però purtroppo non apprezzate al botteghino come il dolente noir Stato di grazia (1990) o il claustrofobico Americani (1992). A rilanciare la carriera di questo attore è la nomination all’Oscar come non protagonista ottenuta per Apollo 13 di Ron Howard, ottimo esempio di cinema mainstream che mescola la solidità del dramma alla forza espressiva di grandi effetti speciali. Dopo un altro paio di prove rimarchevoli con quelle fornite in Nixon – Gli intrighi del potere di Oliver Stone e Potere assoluto di Clint Eastwood, Harris ci regala la prova miglio della sua carriera nel ruolo inconsueto del geniale, titanico regista di reality Christof nel capolavoro di Peter Weir The Truman Show (1998), uno dei film più importanti ed innovativi del decennio. Harris sorprende critica e pubblico con un’interpretazione di enorme raffinatezza psicologica, che gli fa guadagnare la seconda nomination all’Oscar e vincere il Golden Globe come non protagonista.

Lanciato ormai dal successo di questi ultimi film, Harris tenta la carta della regia con un progetto impegnativo e fondamentalmente riuscito, quello di portare sul grande schermo la vita del controverso ma assolutamente geniale pittore Jackson Pollock. In questo film Harris, che interpreta il ruolo dell’artista, torna ad un tipo di recitazione più pietroso e caratterizzato, in sintonia col carattere introverso del personaggio. Ne arriva la terza nomination agli Oscar, l’unica ottenuta fino ad ora da Harris come miglior protagonista. Negli ultimi anni ha continuato a sfruttare la sua grande abilità di caratterista per ruoli fortemente incisivi: il misterioso agente segreto di A Beautiful Mind, lo scrittore gay e malato di Aids di The Hours, il marito violento e vendicativo de La macchia umana, ma soprattutto il grandioso mafioso sfigurato nel grandioso A History of Violence di David Cronenberg.

Adesso torna al cinema con la sua seconda regia, Appaloosa, wester dall’impianto classico che interpreta nuovamente a fianco di Viggo Mortensen, con cui aveva già lavorato in A History of Violence. Nel ruolo dello sceriffo tutto d’un pezzo Virgil Cole ed Harris conferma ancora una volta la sua maschera cinematografica di attore “duro”, che si trova a suo agio in figure e caratteri piuttosto scolpiti. Ma la carriera di questo grande interprete ha dimostrato come in realtà si tratta di un artista dalle notevoli sfaccettature, capace di variare toni e tipo di lavori con enorme sensibilità.

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