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Un anno con Salinger, la New York letteraria all’alba del digitale. Incontro con la scrittrice Joanna Rakoff

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Abbiamo incontrato con Joanna Rakoff, autrice del romanzo di formazione, godibile e divertente, sulla New York letteraria degli anni '90, Un anno con Salinger. Il film da cui è tratto, con Margaret Qualley e Sigourney Weaver, è da ieri al cinema, distribuito da Academy Two.

Un anno con Salinger, la New York letteraria all’alba del digitale. Incontro con la scrittrice Joanna Rakoff

New York è sempre presente, nell’anima e nel retaggio più profondo di Joanna Rakoff. Anche se vive da anni nell’area di Boston, dove il marito è professore all’M.I.T., la scrittrice, critica letteraria e intellettuale liberal è ancora la newyorkese piena di energia interpretata da Margaret Qualley in Un anno con Salinger. Infatti, il film del canadese Philippe Falardeau, in sala per Academy Two, dopo aver aperto il Festival di Berlino, racconta la sua storia. La storia di una giovane fresca di dottorato in letteratura a Londra, che torna a metà degli anni ’90 a New York, iniziando a lavorare quasi per caso come assistente per la carismatica e scontrosa direttrice di un’agenzia letteraria diversa dalle altre, una maestosa Sigourney Weaver.

Non solo è una delle più antiche, ma rifiuta l’irruzione di computer e tecnologia, oltre a tenere molto alla privacy di un tale Jerry, loro cliente. Uno scrittore di cui subito parlano alla neo assunta, anche se lì per lì la giovane Joanna non capisce a chi si riferiscano. Vede poi una serie di foto, riunite in una sorta di parete di culto, e riconosce un’icona come J.D.Salinger, l’autore addirittura mitologico di un romanzo di culto per tante giovani generazioni, Il giovane Holden (in originale The Catcher in the Rye). Un autore noto recluso in una proprietà di campagna nel New England per decenni, prima della morte nel 2010.

Un anno con Salinger è un film perfetto per gli amanti dei libri e di New York, oltre che un romanzo dalla lettura molto godibile, da poco di nuovo in libreria per Neri Pozza. Come la sua sorridente autrice, che incontriamo via zoom dalla sua casa di Cambridge, Massachusets, insieme al suo delizioso gatto, che ci fa compagnia ogni tanto facendo capolino in uno studio pieno di libri. “Ma di solito non lo fa”, si scusa Joanna Rakoff. Come se non fosse il perfetto accompagnamento per una storia d’atmosfera assai indicata per un clima autunnale. Sempre che questa tanto invocata mezza stagione prima o poi arrivi anche dalle nostre parti.

In che modo è stata coinvolta da Philippe Falardeau nel film?

Molte persone erano interessate a farne un film. Era stato inizialmente opzionato da una grande società, che ci aveva lavorato per anni, poi abbiamo ripreso i diritti e ho scelto Philippe anche per il suo stile visivo molto personale, e anche politico, come dimostrano i suoi film precedenti, su tutti Monsieur Lazhar. Anche se il libro non è così politico, io lo sono. La tua classe, o la capacità di spesa, influisce sul modo in cui vivi la tua vita, specie in una città come New York. Pensavo che avrebbe fatto un gran lavoro adattandolo. Era un po’ più grande di me negli anni ’90, con una prospettiva più completa su quegli anni. Era perfettamente consapevole di raccontare una storia femminile, e ci sono alcuni aspetti che non avrebbe potuto rendere, per cui ha scelto una troupe interamente femminile, che aveva più o meno la mia età in quegli anni. Dalla direttrice della fotografia alla costumista, passando per la scenografa, oltre a due attrici come Sigourney Weaver e Margaret Qualley. Philippe mi ha subito detto, la prima volta che l’ho incontrato, che se avessi scelto lui mi avrebbe coinvolto in ogni scelta, dicendo che è un regista, non uno scrittore o sceneggiatore specificamente. Così è stato, ho lavorato come consulente, per ogni fase della lavorazione. Margaret Qualley, per esempio, è stata una mia scelta, prima aveva interpretato solo un ruolo, in The Leftovers. mentre ora è sempre più lanciata, dopo il successo della serie Maid. Mio marito era entusiasta, diceva che ricordava il mio modo di comportarmi quando ero più giovane. 

Una New York trasformata dagli ultimi due anni, per la pandemia, come succede costantemente a una città in cui, se non ci nasci, ci passi un periodo della tua vita, difficilmente ti stabilisci in maniera definitiva.

Molti miei cari amici sono andati via, sono rimasti quelli che potevano permetterselo, specie economicamente. Già quando ho accettato di scrivere il libro, una decina d’anni fa, mi interessava molto raccontare come la città era cambiata dalla metà degli anni Novanta. Il 1996 è stato l’ultimo respiro dell’era non digitale, e del tradizionale vecchio modello di editoria. Nel libro la direttrice che si lamenta di questi ‘diritti digitali’, che non voleva assolutamente concedere nei contratti dei suoi clienti con gli editori. Per anni non ha voluto cedere. È ironico che lo facesse, essendo una persona assolutamente non al passo con i tempi dal punto di vista tecnologico. Sono stati gli ultimi momenti in cui in ufficio si poteva usare una macchina da scrivere e fax, senza alcuna presenza su internet e neanche una segreteria telefonica. È stato l’anno in cui ha debuttato il sito del New York Times, che all’epoca era terribile, con il lancio di nuovi magazine online influenti come Salon. People usò per la prima volta il termine blog, quando lavoravo all’agenzia. Vedevi le prime persone andare in giro con i telefoni cellulari, non più enormi come prima. La fine di un’era. Da quel momento, dalla rivoluzione digitale, se non accettavi il cambiamento finivi per fallire. L’ultimo paio d’anni in cui ho potuto girare per la città senza che nessuno sapesse dove fossi, completamente sola. Nel 1998 comprai il mio primo telefono cellulare. Un cambiamento anche economico, per New York, visto che la new economy provocò un’invasione di denaro anche dalle nostre parti, non solo nella Silicon Valley. Un’invasione di media company e aziende tecnologiche. Anche io iniziai a scrivere per una rivista online e la mia vita è stata cambiata dalla rivoluzione tecnologica. In Un anno con Salinger volevo raccontare l'ultimo momento precedente all’avvio dell’Era digitale.

Il film fa venire voglia di leggere un libro su una poltrona davanti al caminetto, e dimostra la passione incredibile di tante persone per un autore di culto come J.D. Salinger, trasformando un’esperienza solitaria, come la lettura, in un rito collettivo, come andare al cinema. Particolarmente significativo, specie oggi che si riparte dopo il momento peggiore della pandemia.

Ha ragione, non ci avevo pensato, ma un aspetto cruciale dell’entusiasmo dei lettori di Salinger è legato al loro sentirsi una comunità basata sulla finzione, sulla narrazione. Ci ho preso gusto, con l’esperienza di lavorare nel cinema. Un'esperienza molto diversa, collettiva, rispetto a scrivere soli a casa. Ho adorato andare sul set, lavorare con gli attori, carriera che aveva iniziato a svolgere mio padre, a teatro, prima di lavorare poi in tutt’altro campo. Uno dei giochi che facevamo insieme, padre e figlia, era leggere in contemporanea un libro e scambiarci idee sul film che ne avremmo tratto. Su chi avrebbe interpretato il protagonista, o la moglie, e passavamo ore parlando, prima di andare al cinema e commentare quello che aveva funzionato e quello che non ci convinceva sull’adattamento. Era divertimento, ma facendo Un anno con Salinger mi sono trovata a viverlo come un lavoro.

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