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Ultimi film a Toronto '16: Deepwater Horizon, Moonlight, Bleed for This, LBJ, The Autopsy of Jane Doe

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Ecco una carrellata delle ultime produzioni che hanno impreziosito film festival canadese

Ultimi film a Toronto '16: Deepwater Horizon, Moonlight, Bleed for This, LBJ, The Autopsy of Jane Doe

Ecco una lista dei lungometraggi più importanti presentati negli ultimi giorni del Toronto Film Festival 2016. La manifestazione cinematografica anche quest’anno ha confermato di poter proporre al pubblico un cartellone decisamente molto invitante e dalla qualità mediamente elevata, ma allo stesso tempo le opere selezionate hanno evidenziato la mancanza di film capaci di spiccare rispetto agli altri, cosa che invece succedeva con frequenza nelle edizioni di qualche tempo fa. Il Toronto Film Festival mantiene senza dubbio un’importanza fondamentale per il cinema americano di medio budget e il suo posizionamento sul mercato interno, ma la concorrenza di Venezia, Telluride e del New York Film Festival nelle ultime tre edizioni si è fatta sentire con forza…

Deepwater Horizon, il nuovo film della coppia collaudata formata dal regista Peter Berg e la star Mark Wahlberg, racconta del disastro dell’omonima piattaforma che si incendiò il 10 aprile 2010 nel Golfo del Messico, causando la morte di 11 persone e il più grosso disastro ambientale dell’epoca moderna. Il film di Berg racconta quella notte terribile con stringatezza e senso dello spettacolo, non eccedendo (quasi) mai in lungaggini o retorica dell’esaltazione del singolo individuo. Anzi, in questo caso è proprio l’umanità accennata dei personaggi a risaltare rispetto allo spettacolo, comunque visivamente ineccepibile. Rispetto al precedente, pomposo Lone Survivor, un enorme passo avanti per Berg e Wahlberg nella ricerca di equilibrio tra mainstream e racconto di eventi realmente accaduti.

Moonlight era uno dei titoli più attesi qui al Toronto Film Festival 2016, e non ha assolutamente deluso le aspettative. Il film di Barry Jenkins racconta in tre atti, tre differenti fasi della sua vita, la crescita piuttosto complicata di un ragazzo afroamericano alle prese con una madre tossicomane, una vita di stenti, e soprattutto l’accettazione della propria omosessualità. Il filo narrativo è sottile eppure fortissimo, rappresentato dal disagio di un essere umano che nel suo evolversi rimane inespresso, frustrato, accentuando di conseguenza altre parti della propria personalità in maniera anche disequilibrata. Attori bravissimi – su tutti vogliamo citare la presenza scenica di Naomie Harris, messa in scena “calda” ma in nessun momento invasiva, sceneggiatura che privilegia il non espresso rispetto ad eventuali scene inutilmente drammatiche. Moonlight è un film sicuro, denso, suadente.

La regista danese Lone Scherfig continua la sua esplorazione cinematografica sui costumi e le piccole grandi ipocrisie della società britannica. Dopo un film magari scentrato ma molto interessante quale era Posh, adesso tocca invece alla commedia di costume con Their Finest. Tratto dal romanzo di Lissa Evans, il film è incentrato sulla realizzazione di un film di propaganda inglese sull'evacuazione di Dunkirk durante la Seconda Guerra Mondiale. Protagonisti sono due sceneggiatori: l'intellettuale e radicalmente fedele all’arte della scrittura, e la giovane appena arrivata che vuole imporre il suo estro e soprattutto la sua visione indipendente dell'universo femminile. Sam Claflin funziona decisamente bene nel ruolo del primo, confermando un processo di maturazione professionale che si può notare film dopo film. Gemma Arterton, Bill Nighy, Eddie Marsan e Richard E. Grant compongono il resto del cast di un film intelligente, satirico, a tratti addirittura frizzante. La Scherfig si conferma autrice capace di lavorare dentro il genere con uno sguardo semplice ma non banale. Their Finest si muove sfrittando le coordinate della commedia sofisticata con agilità e un discreto gusto sbarazzino. La visione è senz'altro piacevole.

Spesso il problema maggiore di alcuni grandi cineasti degli anni '70 e soprattutto '80 (perché questo decennio ultimamente viene "saccheggiato" a mani basse per operazioni simil-nostalgiche?) risiede nel fatto che continuano ostinatamente a voler ricordare al pubblico che appartenevano a un'epoca di cinema passata. È purtroppo questo il caso di Walter Hill, o almeno del suo ultimo (Re)Assignment, thriller che gioca con lo scambio di genere e sesso per raccontare una storia di vendetta incrociata. Protagoniste la solita, grandiosa Sigourney Weaver e una Michelle Rodriguez più agguerrita e incazzosa che mai. L'idea di partenza non sarebbe neanche male, ma Hill la infarcisce di piccole, fastidiose trovate che spezzano costantemente il tono del racconto. Il film così non si trasforma in una satira sulfurea sulla lotta tra i sessi, né rimane convincente come action vero e proprio. Il risultato è molto mal amalgamato, confuso riguardo ciò che il cineasta voleva effettivamente realizzare.

Quando all’interno di un festival di cinema capita di vedere un prodotto di puro genere, se ben fatto, è un’esperienza a dir poco salutare. E’ stato con più che discreto entusiasmo che ci siamo allora goduti The Autopsy of Jane Doe, horror americano diretto dal norvegese André Øvredal. Brian Cox ed Emile Hirsch sono un padre e suo figlio che lavorano come coroner in una piccola cittadina. Una sera arriva loro direttamente dalla scena di un omicidio multiplo il cadavere perfettamente conservato di una giovane ragazza. Nel momento in cui la coppia comincia l’autopsia per determinare le cause della morte una serie di fatti misteriosi e inspiegabili inizia ad accadere nella casa. Progressione narrativa scandita con notevole efficacia soprattutto nella prima parte, momenti di puro gore e un paio di sorprese di sceneggiatura davvero ben congegnate fanno di questo film senza eccessive pretese un divertimento assicurato.

La regista irlandese Aisling Walsh con Maudie ha portato la storia vera di Maud Lewis, donna affetta da una grave forma di artrite che divenne una pittrice di una certa fama nella Nova Scotia. A darle volto dolcissimo e personalità sfaccettata Sally Hawkins, con accanto uno spigoloso Ethan Hawke nei panni del burbero marito Everett. Il biopic non possiede sbavature, si sviluppa preciso e in alcuni momenti commovente nel racconto di presa di coscienza della donna. Il problema di fondo del film è che non propone nulla che non sia già stato raccontato da altri melodrammi, lasciando quindi lo spettatore con una sensazione di già visto alla fine non spiacevole ma neppure capace di incidere quanto avrebbe magari potuto. Un incrocio tra Il mio piede sinistro e Il colore viola, tanto per intenderci.

Dopo essere passato pochi giorni fa a Venezia è stato presentato anche in Canada The Bleeder, diretto dal canadese Philippe Falardeau. Liev Schreiber interpreta Chuck Wepner, il pugile che ispirò Sylverster Stallone per il personaggio di Rocky Balboa. Più che al film vincitore dell’Oscar nel 1976 il regista sembra però ispirarsi a Toro scatenato di Martin Scorsese, mettendo in scena la caduta all’inferno di un uomo incapace di gestire la propria vita, soprattutto quella emozionale. Il fatto è che il tono di The Bleeder rimane sempre molto leggero, non riesce mai ad andare in profondità, quindi a risucchiare lo spettatore nel suo universo emotivo. Schreiber è indubbiamente efficace, così come funziona Naomi Watts in un ruolo di supporto. Entrambi però non sono abbastanza efficaci perché il lungometraggio funzioni comunque fino in fondo, e a fine proiezione ci si chiede se veramente c’era bisogno di un altro film su un pugile realizzato con un tono così imprecisato.

A sette anni dal giustamente acclamato A Single Man lo stilista Tom Ford è tornato dietro la macchina da presa per Nocturnal Animals – anch’esso precedentemente a Venezia 2016 -  adattamento del romanzo Tony and Susan scritto da Austin Wright. Lo stile di questo melodramma mescolato al thriller, che gioca con audacia mescolando la nozione di realtà con quella di finzione creativa, è probabilmente la qualità migliore dell’intera operazione. Come già dimostrato con il precedente lungometraggio Ford possiede un occhio cinematografico elegante e non scontato, talmente sicuro da sfoggiare in alcuni momenti un volutamente ostentato manierismo. Alla fine la cornice visiva del film rimane forse un po’ troppo astratta, fredda, rispetto alle due storie narrate. Nel cast si evidenzia una notevole Amy Adams mentre Jake Gyllenhaal rispetto alle ultime, stupende prove d’attore, pur rimanendo efficace appare allo stesso tempo un minimo meno puntuale.

Pur con tutta la retorica e l'univocità della visione con cui il Presidente viene presentato, LBJ di Rob Reiner rimane comunque un ottimo film. Perché è costruito su un impianto narrativo forte, classico, che propone una figura complessa nella psicologia e non esente da ombre. Woody Harrelson è perfetto nel dare volto a Lyndon Johnson in una delle pochissime performance in anni in cui il trucco applicato all'attore finalmente non risulta posticcio e quindi deleterio alla credibilità del personaggio. Cineasta il cui stile di composizione è fondamentalmente rimasto quello degli anni '80 e inizio '90, Reiner dimostra però con questo film che tale idea di cinema può essere ancora più che efficace quando poggiata su una base narrativa solida come la sceneggiatura scritta da Joey Harstone. Il resto poi lo fa’ la storia americana dei primi anni '60 con tutte le sue contraddizioni e i suoi sinceri slanci ideali: John Kennedy e il suo assassinio, la battaglia per i diritti civili, le spaccature interne a una nazione ancora profondamente razzista. Quello di Reiner è un lungometraggio che volutamente non intende problematizzare più di tanto la figura di Lyndon Johnson, ma ciò non toglie che il suo approccio al personaggio sia tutt'altro che semplicistico. L'idea vincente dello script ad esempio è quella di opporgli come antagoniste due figure totalmente antitetiche tra loro come il conservatore e razzista Senatore Russell (Richard Jenkins) e il progressista Ted Kennedy (Michael Stahl-David). Una trovata attraverso la quale le idee politiche, l'abilità strategica ma anche il temperamento del Presidente Johnson sanguigno di esplicitano al suo meglio.

Basato sulla storia vera del pugile Vinny Pazienza, capace di riconquistare il titolo mondiale dopo un incidente automobilistico in cui si era letteralmente rotto il collo, Bleed For This di Ben Younger sfrutta con furbizia la clamorosa ondata di revival degli anni '80 che in questi tempi "infesta" molto cinema americano e non solo. Pur senza visibili difetti di sceneggiatura o messa in scena il lungometraggio non riesce realmente a incidere, troppo stereotipato nel rappresentare i personaggi più attraverso la loro connotazione estetica che nelle psicologie. Il protagonista Miles Teller ha presenza scenica, ma questo non basta a fare della sua un'interpretazione totalmente convincente. Meglio la "spalla" Aaron Eckhart nelle vesti dell'allenatore Kevin Rooney, irlandese fino al midollo che comunque non si evita durante il film qualche leziosità soprattutto nell'accento. Bleed For This si lascia guardare e potrebbe anche trovare il favore del pubblico, ma di certo non aggiunge nulla alla categoria di cinema pugilistico.

Mentre sta tornando a casa dalla solita giornata di lavoro a Manhattan, il pendolare Howard Wakefield tarda a causa di un blackout. Una serie di eventi fortuiti lo portano nella mansarda del casolare/magazzino di fronte a casa sua, da cui inizia a osservare la sua famiglia che lo aspetta. I minuti diventano, ore, poi giorni, settimane, mesi. Chiuso nel suo autoisolamento, Wakefield riflette sui significati principali della propria e altrui esistenza. Il film di Robin Swicord che vede protagonisti Bryan Cranston e Jennifer Garner (entrambi molto efficaci) è tratto da un racconto del grande E.L. Doctorow, da poco scomparso. Dello stile del romanziere il film possiede il tono ironico e la profondità di alcune riflessioni esistenziali. Anche se in alcuni casi la sceneggiatura si dilunga eccessivamente e la produzione "piccola" non consente di realizzare scene di ampio respiro, Wakefield tutto sommato risulta una parabola riuscita e originale, dotata di una certa freschezza nel presentare una storia che dall'assurdo passa al malinconico con discreta coerenza.

Dopo il thriller e in attesa del prossimo Blade Runner 2, Denis Villeneuve ha cominciato a confrontarsi con la fantascienza grazie ad Arrival, già presentato al Festival di Venezia. Amy Adams e Jeremy Renner sono rispettivamente una linguista e un matematico che devono tentare di stabilire una forma di comunicazione con la razza aliena arrivata sulla terra. L'inizio del film è portentoso, quanto a ritmo narrativo e bellezza intrinseca delle immagini Villeneuve costruisce un'opera rarefatta e potentissima, che però inizia a scricchiolare sempre più man mano che la vicenda procede, fino a un finale che ha bisogno di troppi incastri logici - almeno un paio dei quali abbastanza semplicistici - per arrivare a una conclusione che non soddisfa del tutto. La confezione rimane molto curata, ma Arrival non è certamente il miglior film di Denis Villeneuve. E, con tutto il rispetto per il buon lavoro del direttore della fotografia Bradford Young, si capisce fin da subito che dietro la macchina da presa con il regista stavolta non sedeva Roger Deakins...

Dalla mente di James Gunn possono uscire sempre film interessanti quando si tratta di genere, soprattutto horror. Il regista di Guardiani della Galassia ha prodotto e scritto The Belko Experiment, lasciandone la regia a Greg McLean, quello di Wolf Creek tanto per rimanere dentro i confini di questo tipo di cinema. Ecco che quindi non poteva che uscirne fuori un film ad alto tasso di adrenalina e soprattutto gore. La vicenda racconta di un gruppo di impiegati che, rinchiusi nel loro edificio, sono costretti a uccidersi l'un l'altro. Pur non nuovissima come idea, adoperata spesso dentro questo genere di produzioni, la storia procede serrata e ben orchestrata nello sviluppo dell'inevitabile gioco al massacro. Le riflessioni filosofico-sociali che si possono trovare dietro la facciata del prodotto di intrattenimento sono puntuali, e rinforzano con discreta intelligenza un lungometraggio che si lascia vedere con gusto. Per l’orrido, ovviamente...Nel cast Michael Rooker, Tony Goldwin e un John Gallagher Jr. sempre più convincente nel non prendersi eccessivamente sul serio. Buon cinema di genere, speriamo venga comprato per il mercato italiano.

Un triangolo amoroso ambientato nella Costantinopoli alla vigilia della Prima Guerra Mondiale è il centro narrativo di The Promise, nuova regia di Terry George. Christian Bale, Oscar Isaac e Charlotte Le Bon sono i protagonisti di questo melodramma che attraverso la vicenda dei tre personaggi mette in scena anche la storia del popolo armeno e del genocidio di cui è stato vittima negli anni immediatamente successivi. Purtroppo The Promise fin dalle prime scene si rivela un'operazione non completamente centrata, che espone i propri intenti attraverso dialoghi e personaggi retorici, incapaci di incidere veramente. I tre attori non riescono a "riempirli" con le loro capacità, risultando alla fine abbastanza fuori parte, soprattutto Bale e Isaac. The Promise è un'occasione perduta per raccontare un momento storico probabilmente fondamentale per comprendere le vicissitudini del Medio Oriente contemporaneo.

 



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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