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Turné: Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono nel più bel film di Gabriele Salvatores

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Pensateci: Turné non è solo il migliore dei tre film che compongono la Trilogia della Fuga (con tutto l'amore possibile per Marrakech Express), ma anche quello di tutta la filmografia del regista milanese.

Turné: Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono nel più bel film di Gabriele Salvatores

Meno avventuroso e felicemente sgangherato di Marrakech Express, e anche - ma solo un pelo - meno citabile. Meno celebrato di Mediterraneo, che si fa bello di quell’Oscar conquistato. E però - sarà perché è così, sarà perché l'ho visto e rivisto in anni formativi - Turné è il film che amo di più, e per me il più bello della Trilogia della Fuga, come vengono chiamati quei tre film diventati leggendari. E, a ben pensarci, di tutta la filmografia di Gabriele Salvatores.

"Quel testo: Garcia Lorca, no?" "Mick Jagger"

Dopo l’affresco generazionale di Marrakech, Salvatores si fa più intimista, e vena il film di una malinconia profonda tutta portata sulle spalle del Federico Lolli di Fabrizio Bentivoglio. Uno che è "introverso, una persona tormentata, ma è il suo bello,” come lo presenta l’amico Dario Nigri, quello che invece è piacione e cialtrone, e che ovviamente non poteva che essere Diego Abatantuono; uno che si presenta a un provino, e allo spettatore del film, con un monologo da far girare la testa ma di rara cupezza, che poi è “Paint It Black” degli Stones, mica Garcia Lorca; uno che, alla ex Vittoria (Laura Morante) che sembra volerlo evitare, e che effettivamente gli nasconde un segreto ingombrante, sbotta ricordandole, giustamente, che “c'è una bella differenza tra riflettere e scopare.”

"Venga, le mostro il beccaccino"

Visto da un altro punto di vista, Federico Lolli è però anche un passivo-aggressivo capace di rare pesantezze, uno di quei personaggi insopportabili capaci di piangersi solo addosso nella speranza - non sempre infondata - che quello sbandierato male di vivere che si portano sempre appresso possa dare loro un’aura di magnetico maledettismo. E se insopportabile non lo diventa mai è grazie ai modi e ai tempi perfetti di Bentivoglio, e alla capacità di Abatantuono di sdrammatizzarlo sempre, perlomeno all’occhio del pubblico.
Perché, a dispetto della questione legata al triangolo amoroso (che chissà quanto Salvatores ha voluto mettere in scena per sublimare reali questioni personali, lui che ha sposato la ex dell’amico Abatantuono), Turné è - come era Marrakech Express - un film sull’amicizia maschile, su un rapporto sedimentato negli anni e dai chilometri (le ruote della vecchia Mercedes W110 200D a bordo della quale i due protagonisti viaggiano per l’Italia da teatro a teatro, che fanno “Katmandu, Katmandu…” in onore di quel viaggio di tanti anni prima), dai lavori fatti insieme a teatro e da tutte quelle volte che Dario ha chiesto a Federico “Signor Trofimov, cosa ne pensa lei di me?”, e poi lo ha portato dietro le quinte per “mostrargli il beccaccino”.
E, sì, anche dalle delusioni e dai tradimenti, dagli sbagli commessi (“morti e feriti”) per via dell’“effetto velocità” di cui i due protagonisti parlano animatamente di fronte alla cattedrale di Trani.

"On the Road Again"

All’autoindulgenza di Federico ci pensa l’amico Dario, a quella di Salvatores bada lo stesso regista, che non si abbandona mai troppo al piacere del ricordo, della battuta o del sentimento, ma si concede sempre il giusto, rimanendo centrato sulla necessità del film, del racconto, dell’andare avanti. Con una sacrosanta dose di utile pragmatismo: “L’americano li vuole corti? Tac, corti,” come dice Federico.
Che poi: pragmatico sì, ma cinico no, di fare quello Salvatores non è capace, per fortuna. E allora, siccome Turné è un film sull’amicizia, alla fine è lei a trionfare: sulle donne (sulla nevrotica Vittoria che non ce la fa giustamente a mettere la cultura in trenta secondi e che dice “Io vi amo tutti e due. E va bene, io voglio anche ammettere di aver sbagliato, ma il fatto è che voi due insieme siete un uomo perfetto. Allora da un certo punto di vista, vale a dire dal mio punto di vista, io mi sono innamorata di un uomo solo!”), sul lavoro, sulla vita. Con misura, quasi con pudore, ma con un cuore grande, pronto a rimettersi “On the Road Again”, come canta il bluesman Roberto Ciotti nella canzone simbolo del film.

"Quelli capaci la fila non la fanno"

A un certo punto di Turné il povero Leonardo Pavia di Luigi Montini, regista dello spettacolo di Checov che Federico e Dario stanno interpretando, stanco delle ennesime bizze di Lolli, sbotta: “Senti,” dice a Dario, “se non ha voglia di lavorare diglielo, non c'è problema. C'è una fila di attori!”. Imperturbabile, Dario risponde: “Guarda che la fila non c'è di attori: c'è la fila di attori che non sono capaci, ma quelli capaci la fila non la fanno.” Non so se sia vero sempre, mi piacerebbe pensare di sì, ma non so se sia vero sempre.
Quello che so è che né Fabrizio Bentivoglio, né Diego Abatantuono, né Gabriele Salvatores hanno fatto la fila per fare questo bellissimo film che è Turné.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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