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Turbamenti identitari a chiudere il concorso del Torino Film Festival 2020

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Vediamo da vicino gli ultimi titoli fra i dodici che hanno rappresentato il concorso Torino 38, con curiose black Comedy iraniane, interessanti storie da Nollywood e l’identità contro una società omologata.

Turbamenti identitari a chiudere il concorso del Torino Film Festival 2020

Oramai negli ultimi anni, quando si vede nel programma di un festival un film rumeno, lo si segna a penna rossa, vista la produzione, sicuramente non abbondante, ma altrettanto certamente di grande qualità media, che proviene dal quel paese.

Curiosità allora per Camp de Meci (in inglese Poppy Fields), opera prima di Eugen Jebeleanu.“Sono venuta a vedere la tua fase gay”. Così risponde con bonomia la sorella del protagonista, Cristi, alla domanda sul perché sia venuta a casa sua, mentre era appena venuto a trovarlo un ragazzo francese, la sua ultima fiamma. Cristi è un giovane gendarme, lo scopriremo poco dopo averlo visto in intimità con il suo fidanzato a distanza, il francese musulmano Hadi. È scontroso, viene anche preso in giro dalla sorella, ma è presto chiaro che il suo tormento è profondo, non certo momentaneo e caratterizza una vera identità divisa in due, e in lotta.

Da una parte vive la sua sessualità gay di nascosto, fra le mura di casa, dall’altra indossa la divisa e vive una quotidianità in un mondo cameratesco, machista e gerarchico. Deve lasciare Hadi a scoprire Bucarest da solo, anche e non è la prima volta che lo viene a trovare, per intervenire con la sua brigata in un cinema in cui uno sparuto gruppuscolo omofobico e ultra nazionalista ha sospeso la proiezione di un film, “colpevole” di raccontare una storia di lesbiche. Uno spostamento dell’asse emotiva della storia che ci colpisce, come spettatori, usando come anticamera il viaggio nella camionetta, in cui il linguaggio maschilista e i dialoghi conseguenti ci iniziano a far capire quanto pochi minuti in strada ci stiano conducendo in un altro mondo, nonostante non capiamo bene all’inizio chi siano.

La situazione sembra sotto controllo, qualche urla e due mondi altrettanto contrapposti si confrontano, fra spettatori comuni seduti a vedere un film, e una cricca di bigotti con striscioni che denunciano “la mafia omosessuale” o la perversione loro e della pellicola che stavano vedendo. Una tensione che monta sempre più, fino ad esplodere quando uno dei presenti riconosce Cristi, con cui è uscito qualche volta. 

Può sembrare incredibile, sicuramente fa cadere le braccia e il morale dover vedere ancora storie in cui l’omosessualità è costretta dentro casa e non può essere vissuta liberamente, pena uno sconvolgimento in peggio della propria vita lavorativa e relazionale. Eppure è così, forse ancora di più in Romania e altri paesi dell’est, come ci confermano recenti restringimenti dei diritti personali in Polonia. Il film è minimale, sobrio e doloroso, un grido silenzioso contro l’omologazione che la società sembra ancora imporre, a maggior ragione in un periodo di crisi di rappresentanza. L’idea delle differenza come arricchimento è ancora sotto minaccia costante, e il film lo denuncia pur evitando slogan preconfezionati o didascalici. Si ispira a una vicenda reale, per far parlare la storia del povero Cristi (nomen omen), anima combattuta e fragile.

Simile tematica, ma purtroppo differente risultato, anche per la sua volontà di trovare scorciatoie eclatanti, per il film austriaco Hochwald, tanto incapace di seguire il tormento interiore del giovane protagonista, quanto pronto a banalizzare il suo percorso con improbabili e talvolta risibili rapporti con la società che lo circonda. Siamo nell’idilliaco scenario del Sudtirolo, qui utilizzato come gabbia che costringe a omologare i comportamenti, almeno all’inizio, di Mario, che non riesce a vivere in pieno la sua omosessualità. Il suo amico, Lenz, per cui chiaramente prova qualcosa, è reduce da un periodo di studi a Vienna, ed è pronto a trasferirsi a Roma per fare l’attore. “A Vienna sono tutti gay”, gli dice quando l’amico rimasto nel paesino di montagna rifiuta di ricambiare un bacio. “Ecco, qui no”, risponde Mario, che passa le giornate facendo umili lavoretti in zona ed esercitandosi come ballerino, sognando di usare la sua voglia di esprimersi per costruirsi un futuro in cui non nascondersi più.

Per caso i due vanno a Roma, e in locale gay sono vittime di un attentato terroristico, con loro coetanei musulmani che entrano a mitra spianato urlando il solito ‘Allah Akbar’. Lenz muore, Mario pensa bene di cercare di superare il trauma, che si aggiunge a quello suo personale e identitario, seguendo i dettami di un imam, presentandosi quindi nel suo paese con abiti islamici. Pasticciato e sconclusionato, Hochwald non convince per niente, e riesce a banalizzare tematiche molto serie e delicate, trattandole con mano greve e liquidandole con assimilazioni poco convincenti.

La Nigeria è una terra di cinema attivissima, attraverso la sempre più attiva Nollywood, seconda solo a Hollywood e Bollywood. Le loro produzioni hanno grande circolazione in tutto l’immenso continente, ma ancora raramente arrivano dalle nostre parti, anche solo nei grandi festival internazionali. A giudicare da un altro film del concorso, Eyimofe, diretto dalla coppia Arie & Chuko, è un vero peccato. Presentato già allo scorso Forum della Berlinale, è un interessante ritratto urbano della vita nigeriana.

Segue le vicende comuni di due personaggi principali, fra vita e morte, con la voglia di inseguire un futuro diverso attraverso un passaporto, con lo scopo principale di regalarla alla propria famiglia, una vita migliore. Ben recitato, con il fascino di una ragnatela di personaggi che si incontrano e confrontano, il film si segue con crescente interesse, ha una dote di magnetismo neorealista che ci fa appassionare e affezionare alle sorte di personaggi periferici, anche umili, ma pieni di umanità e sana ostinazione.

Infine, a concludere i 12 lavori presentati in concorso, è stato presentato un paio di giorni fa un film proveniente da un’altra cinematografia che non manca mai nei festival internazionale, quella iraniana. Opera prima di Kaveh Mazaheri, Botox è il curioso titolo, che rimanda al lavoro che svolge una delle due protagoniste, che si guadagna da vivere siringando ricche signore della Tehran bene, mentre vive in una casa nell’estrema periferia insieme alla sorella, che ha qualche rotella che non gira al massimo.

Avrete già capito che non è il solito film pauperistico o realista iraniano, ma una black comedy buffa, che guarda addirittura all’ironia dei fratelli Coen, e ai personaggi di Fargo, come fa intuire il punto di partenza, con il fratello delle due che finisce all’altro mondo in seguito a “un incidente” a cui non sono aliene le due, che tengono nascosta la notizia, oltre al cadavere, sommerso sotto un lago ghiacciato, dicendo a tutti che finalmente ha realizzato il suo sogno, è emigrato in Germania. Godibile, anche se stiracchia la sua succosa idea iniziale per troppo tempo, mancando di un po’ di sostanza.

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