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Tribeca Film Festival: si chiude in positivo l'edizione 2019

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Tra i film presentati anche Dreamland con Margot Robbie e Georgetown diretto da Christoph Waltz.

Tribeca Film Festival: si chiude in positivo l'edizione 2019

Se la seconda parte dei film presentati al Tribeca Film Festival non ha proposto al pubblico l’alto livello qualitativo visto nella prima – questo il link all’articolo correlato - tuttavia anche negli ultimi giorni della kermesse newyorkese sono stati presentati alcuni prodotti degni di attenzione.

Standing Up, Falling Down dell’esordiente Matt Ratner rappresenta il ritorno al cinema di Billy Crystal, indimenticabile protagonista di commedie di culto come Harry, ti presento Sally, Scappo dalla città o Terapia e pallottole. Nella nuova commedia dolceamara l’attore interpreta un dermatologo solo e troppo dedito alla bottiglia che stringe amicizia con uno stand-up comedian in crisi, tornato nella cittadina d’origine dopo aver fallito nella Grande Mela. L’alchimia con il co-protagonista Ben Schwartz è notevole, come dimostrano i dialoghi brillanti delle loro scene. Nel complesso Standing Up, Falling Down è un prodotto che punta alla semplicità della storia e dei personaggi per rappresentare il malessere dell’uomo comune alle prese con i piccoli grandi fallimenti di tutti i giorni. Non di certo cinema d’autore ma comunque ben scritto, diretto con grazie e soprattutto molto ben interpretato. Nel cast anche Grace Gummer, Kevin Dunn e Nate Corddry.

Una coppia di poliziotti molto diversi tra loro: Ray (Thomas Jane) è un veterano disincantato mentre Nick (Luke Kleintank) è una recluta alle prime armi. Una notte per le strade di Los Angeles, solcate dai due alle prese con tutta la drammatica umanità che la Città degli Angeli sbatte sull’asfalto. Fino all’incontro con il loro destino, che ha la forma di due rapinatori senza scrupoli…Crown Vic diretto da Joel Souza è un poliziesco in stile classico che riesce a irretire lo spettatore grazie a scene di enorme impatto emotivo. Il tono non è sempre drammatico, tutt’altro: spesso l’assurdità delle situazioni e dei personaggi che i due poliziotti incontrano è così surreale da generare più di un sorriso, almeno finché lo spuntare di una lama o di una pistola sovverte in un attimo l’atmosfera. Pur scivolando in un paio di momenti dentro una filosofia forse eccessivamente spicciola nel delineare il confine morale in cui i tutori dell’ordine gravitano, il film ha l’indubbio pregio di mettere in scena con sincerità e precisione la vita della strada. I riferimenti espliciti sono Al di là della vita di Martin Scorsese, Collateral di Michael Mann e ovviamente Training Day di Antoine Fuqua. Souza mescola il tutto con un tocco personale non privo di ironia. Il risultato è accattivante.

A soli diciannove anni Philip Youmans ha rappresentato il dolore della natura umana con potenza espressiva degna di cineasti molto più esperti: Burning Cane è un dramma che coinvolge tre generazioni di afro-americani in una lotta impari contro povertà, degradazione morale, alcolismo. La messa in scena del giovanissimo cineasta è attaccata ai personaggi in maniera ossessiva, ne espone il corpo così come l’animo. In un incedere narrativo accaldato e denso di disperazione, Burning Cane porta lo spettatore dentro l’universo della campagna del Sud, in molte zone ancora lasciata indietro, o meglio a se stessa. Il film di Youmans è doloroso, angosciante, in alcuni momenti quasi difficile da sostenere. Ma indubbiamente colpisce, e soprattutto esplicita l’occhio personale del suo autore. In un ruolo di supporto Wendell Pierce è semplicemente perfetto nella sua esplorazione del degrado del singolo individuo.

L’esordio alla regia del due volte premio Oscar Christoph Waltz è un veicolo perfetto per le sue qualità di attore in grado di rappresentare l’ambiguità dell’essere umano. Scritto da David Auburn, Georgetown racconta di Ulrich Mott, un “uomo senza qualità” che si inserisce nel tessuto sociale e politico di Washington per tentare di scalarlo grazie alla sua capacità di affabulatore. Il film è un misto di dramma e commedia che in più di un’occasione affascina, soprattutto riesce a rappresentare senza abbellimenti la meschinità del personaggio principale. Waltz sembra saper bene come lavorare sulle sfumature di Mott, e in nessun caso tenta di ingraziarsi il pubblico smussandone l’ambiguità. Il risultato è una commedia do costume piuttosto disturbante, che sembra schernire ciò che mette in scena e invita il pubblico a farlo senza però concedergli il vantaggio di una risata liberatoria. Georgetown è un film sulla falsità e sulla volontà dell’essere umano di accettarla. A impreziosire il prodotto contribuiscono anche due attrici di classe sopraffina come Vanessa Redgrave e Annette Bening.

Uno dei prodotti di genere più originali presentati al Tribeca Film festival di quest’anno è stato senza dubbio Low Tide, diretto dall’esordiente Kevin McMullin. Si tratta di un vero e proprio noir vecchio stile, con la peculiarità di avere ragazzi come protagonisti. Se vogliamo, una versione aggiornata e più seria di Brick, il cult movie del 2005 di Rian Johnson interpretato da Joseph Gordon-Levitt e Lukas Haas. La progressione drammatica di questa storia di crescita ambientata nelle spiagge estive del New Jersey funziona con notevole precisione, fino a una resa dei conti fortemente espressiva. McMullin non sottolinea mai la forza emotiva di eventi e personaggi con una regia molto pulita, lucida. Il film cresce pian piano fino a diventare tesissimo, avvincente. Nel cast segnaliamo la presenza di Shea Whigham, Keenan Johnson e un molto convincente Jaeden Martell, già amato in IT (che ha interpretato col nome di Jaeden Lieberher). Una curiosità: il giovane attore reciterà proprio nel nuovo film di Rian Johnson, Knives Out.

Più che meritevoli di segnalazione sono poi alcune attrici che hanno impreziosito il festival con le loro interpretazioni. Prima tra tutte la sempre più effervescente Zoey Deutch, protagonista della nuova commedia di Tanya Zexler (Hysteria) intitolata Buffaloed. Ambientato nell’ambiente del recupero crediti, il film mette in scena con ironia e una discreta freschezza (il che non significa necessariamente originalità…) la storia di Peg Dahl, ragazza che ha fatto dell’arte di arrangiarsi la sua dottrina di vita. E’ la Deutch a portare sulle spalle operazione, supportata da comprimari anche loro in vena come Jai Courtney e soprattutto la sempre affidabile Judy Greer. Buffaloed procede spedito, si lascia vedere senza annoiarsi ma se non fosse stato per l’istrionica prova dell’attrice principale non avrebbe lasciato una traccia indelebile nella memoria del festival. Così come tutto sommato non la lasciano Driveways di Andrew Ahn e American Woman di Semi Chellas. Il primo film è un dramma familiare ambientato in una piccola comunità, il secondo il racconto drammatizzato del rapporto tra Patty Hearst - che nel film è diventata il personaggio di fiction Pauline - e la sua “carceriera” Jenny. Entrambe le operazioni non posseggono enormi sbavature nel racconto o nella messa in scena ma neppure la capacità di entrare sotto la pelle dello spettatore, rimanendo purtroppo troppo in superficie, in particolar modo a livello emotivo. Il pregio di Driveways e American Woman è però quello di avere un’ottima attrice come protagonista, e cioè Hong Chau. Già apprezzata in Downsizing di Alexander Payne (ha anche ottenuto la nomination al Golden Globe come non protagonista per la sua interpretazione) l’interprete di origine tailandese fornisce due prove maiuscole nel loro essere sommesse, quasi silenziose, eppur riuscire a rappresentare con pienezza i dilemmi morali dei personaggi. Come nel caso della Deutch, è la Chau a rimanere impressa in lungometraggi comunque non memorabili, e ciò va probabilmente attribuito ancor  più alle doti dell’attrice. Neppure la solita, indiscutibile presenza scenica di Margot Robbie riesce invece a salvare il didascalico Dreamland, diretto da Miles Joris-Peyrafitte. Ambientato nel Texas degli anni ’30, il film è una sorta di Gangster Story con un tono però fin troppo elegiaco, il quale alla lunga nuoce alla capacità di rappresentare figure realmente complesse, problematiche. Alcuni momenti di buon cinema – apprezzabile soprattutto la fotografia di Lyle Vincent – non sollevano però del tutto un lungometraggio discontinuo, che sembra non saper bene come raccontare ciò che mette in scena. La Robbie figura anche come produttrice di Dreamland, continuando quindi con coraggio a dar voce a cineasti sconosciuti e storie non allineate con le tendenze della Hollywood mainstream. E questo è un merito che va comunque riconosciuto all’attrice/produttrice australiana.

Questo in sintesi il meglio che il Tribeca Film Festival ha proposto nell’edizione appena conclusa. Come già scritto nel precedente articolo riguardante la manifestazione, la qualità media dei film è notevolmente migliorata rispetto a qualche anno fa ma soprattutto l’intera kermesse ha confermato di aver trovato una sua dimensione precisa e coerente all’interno del panorama dei festival americani. Messa da parte del tutto o quasi la ricerca di una dimensione realmente internazionale riguardo il cartellone, il Tribeca Film Festival è una cartina di tornasole piuttosto precisa sullo stato non soltanto del cinema indipendente americano, ma in qualche modo su quello dell’intera situazione sociale, economica e politica del Paese. Ciò che il cinema dovrebbe sempre essere, nel bene o nel male…



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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