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Tribeca Film Festival 2021: dieci film presentati nella versione online della kermesse newyorkese

Abbiamo visto alcuni dei titoli che hanno composto il cartellone del Tribeca Film Festival At Home.

Tribeca Film Festival 2021: dieci film presentati nella versione online della kermesse newyorkese

Si è conclusa ieri l’edizione 2021 del Tribeca Film Festival. Noi di Comingsoon.it abbiamo partecipato alla versione online della manifestazione newyorkese, la quale ci ha dato la possibilità di visionare molti dei titoli messi in cartellone nelle varie sezioni. L’attenzione quest’anno sembra essersi maggiormente spostata verso il cinema prettamente di genere, possibilmente scritto e realizzato con una visione comunque personale. Tra i titoli scrutinati quello che ci ha maggiormente convinto è stato il durissimo Catch the Fair One, di cui parliamo ovviamente qui sotto. Ecco dunque i film più importanti visti al Tribeca Film Festival At Home.

Dieci film visti al Tribeca Film Festival 2021

  • In the Heights
  • Catch the Fair One
  • See For Me
  • 7 Days
  • Italian Studies
  • The Justice of Bunny King
  • All My Friends Hate Me
  • The Novice
  • False Positive
  • Agnes

In the Heights

Come film d’apertura del festival è stato selezionato il musical diretto da Jon M. Chu e tratto dall’omonimo successo di Broadway firmato Lin-Manuel Miranda. Scriviamo fin da subito che la scelta si è rivelata azzeccata, in quanto si tratta di un prodotto con un cuore pulsante e un intento ben preciso: raccontare la vita e i sogni della working class di origine latinoamericana che vive appunto negli Washington Heights, una zona a nord di Manhattan. Diretto con brio e frizzante occhio cinefilo da Chu, In the Heights si eleva in almeno due o tre momenti musicali montati con assoluto vigore, che arrivano dritti al cuore dello spettatore. Merito anche di un cast giovane, affiatato e che buca lo schermo: su tutti vogliamo citare il protagonista Anthony Ramos, accompagnato dal talento di Melissa Barrera, Leslie Grace Corey Hawkins. Ottimo musical “popolare”, che rinfresca il genere con un mix di classicità e inventiva. 

Catch the Fair One

Prodotto tra gli altri da Darren Aronofsky, il secondo film per il cinema diretto da Josef Kubota Wladyka si è rivelato uno dei migliori titoli presentati al Tribeca Film Festival 2021. Decisa a scoprire cosa è successo alla sorella minore scomparsa, la pugile di origini native americane Kaylee si imbarca in un viaggio disperato e pericoloso all'interno della criminalità organizzata della cittadina in cui vive, tentando di risalire ai vertici di un racket che sfrutta la prosituzione. Catch the Fair One fin dall’inizio si presenta come un thriller livido, organizzato con estrema coerenza sul doppio binario estetico e narrativo. La messa in scena e lo sviluppo della trama esplicano infatti con pienezza l’arco narrativo interno della protagonista, interpretata con carisma e notevole adesione psicologica da Kali Reis. Thriller a tinte forti, dove non mancano di certo momenti di grossa tensione emotiva, Catch the Fair One rende merito al genere con un prodotto ottimamente concepito.

See For Me

Interessante variazione sul tema si è dimostrato il canadese See For Me. Il thriller ha come protagonista una ragazza non vedente la quale, durante una notte in cui sta lavorando come cat-sitting in una villa fuori città, si trova a dover affrontare un gruppo di scassinatori intenzionati a saccheggiare la cassaforte. L’unica possibilità di salvezza è rappresentata da un’applicazione del telefono in cui una donna specializzata in emergenze la aiuta a sopravvivere. Il regista Randall Okita sfrutta molto bene l’ambientazione principale creando scena dopo scena una solida tensione narrativa. Il resto lo fa la brava protagonista esordiente Skyler Davenport, che compone un personaggio dotato del giusto mix di coraggio e paura di essere indifesa. Un buon prodotto di genere che intrattiene in maniera intelligente.

7 Days

Prodotta dai fratelli Duplass, la commedia romantica diretta da Roshan Sethi si distingue per essere ambientata all’inizio della pandemia. Ravi e Rita sono due ragazzi di origine indiana che vivono negli Stati Uniti. Il loro primo appuntamento è stato organizzato dalle rispettive madri, e decisamente non va come previsto. Il problema nasce quando la coppia si trova bloccata a casa di lei a causa dell’esplosione della pandemia di COVID-19. Costretti a passare svariati giorni insieme in isolamento, Rita e Ravi dovranno per forza di cose iniziare a conoscersi, e ad apprezzare le proprie differenze di vedute sulla loro cultura di appartenenza. La forza principale del film sono i due protagonisti Karan Soni (Deadpool) e Geraldine Viswanathan (Bad Education), la cui alchimia sorregge una storia che parte col piglio giusto della commedia di costume e man mano scivola fin troppo facilmente nel romance. 7 Days funziona molto meglio quando esplora e ironizza sulle contraddizioni e le differenze socio-psicologiche dei due personaggi principali. Anche se poteva risultare alla fine più incisivo, il lungometraggio si lascia vedere con gusto e un certo interesse.

Italian Studies

La sempre efficace Vanessa Kirby è la protagonista del dramma diretto da Adam Leon che vede protagonista una donna perdersi nella notte di New York. Nel suo vagabondare confusa per le strade della città l’incontro con un giovane interessante e gentile la riporterà pian piano a una condizione di normalità. Raffinato nella descrizione delle atmosfere, Italian Studies si dipana come una sorta di instant-movie capace di assorbire l’aura di situazioni, momenti e sapori di New York come pochi altri film hanno saputo fare in tempi recenti. La narrazione senza un centro preciso ricorda alcuni lavori del primo John Cassavetes, a cui il film si ispira piuttosto esplicitamente. Retto interamente dalla prova soffusa della Kirby e del giovane Simon Brickner, Italian Studies sembra un film d'altri tempi, quasi “sperimentale” nell’assenza di un vero centro drammaturgico. Una bella sorpresa, un tipo di cinema a cui forse (e magari anche purtroppo) non siamo più abituati. 

The Justice of Bunny King

Storia tutta al femminile quella che vede protagoniste Essie Davis e Thomasin McKenzie. Costretta a una vita di espedienti e dimore saltuarie, Bunny trova un’inaspettata alleata in sua nipote Tonya. Insieme le due donne dovranno tentare di permettere a Bunny di vedere il più possibile i propri figli, sottratti dai servizi sociali. Gaysorn Thavat ha diretto un melodramma costruito con discreta precisione nella delineazione della psicologia dei personaggi, soprattutto quello di una protagonista con una forte propulsione autodistruttiva. La sceneggiatura poi porta le due anti-eroine a un finale molto interessante, che rende The Justice if Bunny King un film magari  non originalissimo ma piuttosto intenso da vedere. 

All My Friends Hate Me

Interessante variazione sul tema si è dimostrata la commedia nera diretta dall’esordiente Andrew Gaynor. Arrivato in una splendida magione di campagna per festeggiare il compleanno e passare il weekend insieme agli amici di un tempo, Pete deve fare invece i conti con le proprie insicurezze, esplose a causa delle personalità cambiare di ognuno di loro ma soprattutto di un misterioso altro ospite inaspettato, il quale polarizza l’attenzione del gruppo. All My Friends Hate Me sembra poter svincolare in ogni momento nel thriller psicologico se non addirittura nell'horror, mentre invece si mantiene uno studio a tratti intrigante sulla psicologia del protagonista. Gaynor non riesce sempre a dosare con equilibrio i toni della narrazione, ma alla fine il suo film mantiene un livello di curiosità piuttosto elevato fino al finale che mescola dramma e commedia in egual misura con la giusta gradazione. 

The Novice

Vincitore del premio come migliore lungometraggio e miglior attrice (ricordate la Isabelle Fuhrman del thriller The Orphan?) nella competizione U.S. Narrative, il dramma psicologico The Novice mette in scena le difficoltà di una studentessa alle prese con la propria identità frammentata, la quale sviluppa una vera e propria ossessione per il canottaggio, fino a sottoporsi a un tour de force fisico e mentale che la porterà sull’orlo della capitolazione. Diretto da Lauren Hadaway il film si regge interamente sulle spalle della Fuman, che fornisce una prova nervosa e insieme sottile, garantendo la giusta dose di credibilità al personaggio. La progressione drammatica della vicenda è piuttosto ben scandita ed evita un eccesso di drammatizzazione che sarebbe risultato nocivo alla veridicità della messa in scena. Buon prodotto di introspezione psicologica che suggerisce senza eccessivamente sovra-raccontare.

False Positive

Prodotto dalla protagonista Ilana Glazer e co-sceneggiato insieme al regista John Lee, False Positive racconta di una coppia di successo che non riesce ad avere figli. Quando la donna si sottopone a un trattamento di fertilità presso un dottore amico di suo marito, finalmente rimane incinta. Ma la gravidanza porterà anche dubbi, sospetti ed orrori nascosti riguardo le macchinazioni del dottore. Thriller psicologico con venature horror, il film ha il suo punto di forza nel cast di supporto composto da un ottimo Justin Theroux, il sempre carismatico Pierce Brosnan e Gretchen Mol. La cosa che probabilmente funziona meno del resto è paradossalmente proprio la Glazer, attrice di grande talento comico che non riesce invece a imprimere il necessario spessore drammatico alla protagonista. False Positive rimane comunque un prodotto dall’idea e dalla messa in scena piuttosto efficaci, con echi di Rosemary’s Baby e un ottimo utilizzo dell’ambientazione newyorkese.

Agnes

Fin troppo eccentrico si è rivelato Agnes di Mickey Reece, film che parte come un horror appartenente al filone della possessione demoniaca e poi svaria nel dramma psicologico. La vicenda parte con due preti inviati in un convento dove una delle sue è stata apparentemente posseduta da uno spirito maligno. A soffrire maggiormente della situazione è Mary, la miglior amica della vittima che a causa dell’evento inizia ad essere tormentata da una profonda crisi religiosa. Reece fin dall’inizio carica la messa in scena del suo film di un accento fortemente grottesco, che a tratti lo fa sembrare una commedia satirica. Quando però quasi improvvisamente la narrazione cambia totalmente e segue le vicende di Mary fuori dal convento, ecco che Agnes perde anche l’interesse che una prima parte così sovraccarica aveva suscitato. Spezzato letteralmente o quasi a metà, il lavoro di Reece risulta alla fine molto meno interessante e problematico di quanto avrebbe potuto.

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