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Tribeca Film Festival 2019: Charlie Says di Mary Harron e Skin con Jamie Bell tra i migliori film presentati nei primi giorni

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Merita segnalazione anche il dramma familiare Luce con Naomi Watts e Tim Roth.

Tribeca Film Festival 2019: Charlie Says di Mary Harron e Skin con Jamie Bell tra i migliori film presentati nei primi giorni

La prima parte del Tribeca Film Festival 2019 ha confermato la sensazione che le due precedenti edizioni della manifestazione avevano dato, e cioè che la kermesse di cinema newyorkese ha finalmente trovato la sua dimensione. A differenza dei maggiori festival internazionali in cui a essere selezionati sono prodotti americani che in qualche modo possono funzionare anche in mercati esteri, le opere scelte per partecipare al Tribeca posseggono invece quella che chiameremmo impropriamente una forza centripeta: film che guardano all’interno del Paese, del suo presente in tutte le sue sfaccettature. Anche le più ambigue o dolorose. Il Tribeca Film Festival sta diventando anno dopo anno uno sguardo lucido e necessario sullo stato sociale, civile, economico degli Stati Uniti. Prevalentemente dell’America di oggi, certo, ma anche di quella passato, quando guardare indietro può aiutare a capire cosa abbiamo davanti. Eccovi dunque una veloce carrellata analitica sui migliori film presentati nei primi giorni del Tribeca 2019.

Una delle costanti presenti nella filmografia di Mary Harron è l’indagine socio-psicologica delle forze che portano il singolo individuo verso una condizione mentale deviata, spingendolo verso la violenza. Ho sparato a Andy Wahrol, American Psycho e la serie Netflix Alias Grace ne sono una prova tangibile. Con Charlie Says però la cineasta si spinge più avanti: attraverso l’ennesimo caso-limite di tre ragazze vittime della coercizione fisica e mentale operata da Charles Manson, la Herron mette in scena una storia che parla al nostro presente attraverso il passato, e lo fa con una lucidità espositiva impressionante. Lo studio dei meccanismi con cui l’uomo irretisce, soggioga, abusa delle sue vittime fino a portarle a uno stato di coscienza totalmente alterato - in cui addirittura l’omicidio è un atto non solo giustificabile ma addirittura necessario - possiede un’eco che si riverbera nel nostro presente evitando qualsiasi retorica. La marcia in più di Charlie Says sta anche nel rappresentare con estrema efficacia il fatto che tale sistema maschilista e coercitivo affonda le proprie radici nella società da tempo immemore, non è il semplice frutto marcio dei nostri giorni. È una lezione di storia, o se preferite un monito. Nel cast Matt Smith, Hannah Murray, Merritt Wever e Suki Waterhouse.

Tratto dall’opera teatrale di J.C. Lee, Luce diretto da Julius Onah mette in scena la crisi familiare che esplose quando il figlio adottivo di Amy (Naomi Watts) e Peter (Tim Roth) inizia una battaglia ideologica ma soprattutto psicologica con la propria professoressa di storia al liceo (Octavia Spencer). L’inquietudine che questo dramma sprigiona possiede echi non troppo distanti di un altro film spiazzante come Get Out di Jordan Peele: adoperando un genere e un tono differente Luce parla infatti di paranoia, razzismo, divisioni etniche e sociali. In particolar modo parla di come l'America mantenga uno sguardo purtroppo ancora oggi ingenuo e preconcetto nei confronti di ciò che vede come "altro", a prescindere che lo abbia accettato o meno nel proprio sistema. Soprattutto nella prima parte il lungometraggio di Onah possiede una potenza emotiva ammirevole, ambiguo nel sottotesto e ancor più efficace in una messa in scena mai inutilmente accentuata. Anche se non riesce a “chiudere” tutti i discorsi socio-politici che ha il coraggio si proporre al pubblico, Luce si conferma un film ambiguo e disturbante, una ventata di originalità all’interno del cinema americano indipendente degli ultimi tempi. Speriamo venga distribuito in Italia. Da notare che la Watts e Roth erano già stati moglie e marito anche nel remake americano di Funny Games, sempre diretto da Michael Haneke.

Skin di Guy Nattiv mette in scena la storia vera di Bryon Widner, appartenente a un gruppo di neonazisti operante vicino Columbus, Ohio, alla fine dello scorso decennio. Decisosi a ripudiare le sue convinzioni politiche e la sua “famiglia”, Widner aiutò le autorità federali a sgominare il gruppo criminale nel 2011. Al tempo stesso l’uomo decise di sottoporsi a numerose e dolorosissime sedute per eliminare i tatuaggi a sfondo ideologico che coprivano la maggior parte del volto e della testa. Improntato secondo una struttura narrativa prevedibile, Skin ha il pregio di non cadere mai nel retorico. In particolar modo il film non possiede alcuna cosiddetta “scena madre” a sottolineare la crisi personale di Widner. Il suo processo di conversione è invece messo in scena attraverso molte azioni e poche parole, filosofia filmica che ben si adegua alla rocciosa prova del protagonista Jamie Bell(foto sopra). Nel cast come ottimi comprimari anche Bill Camp e Vera Farmiga.

Irriverente e soavemente folle si è rivelato Knives and Skin, scritto e diretto da Jennifer Reeder. In un incrocio corrosivo tra Il giardino delle vergini suicide e Twin Peaks, il film racconta della scomparsa di una giovane cheerleader che lascia esplodere le tensioni nascoste di una piccola cittadina di provincia. La cineasta mescola stili, generi e riferimenti con sfrontata audacia, creando un pasticcio sensoriale ipnotico, a tratti davvero irresistibile. Knives and Skin è certamente imperfetto, magari addirittura ingenuo, eppure possiede un’energia creativa impossibile da negare. In più di un’occasione si rimane spiazzati dalle idee di messa in scena che la Reeder propone al pubblico, e oggi più che mai questo è davvero un merito...

Convince in pieno l’esordio alla regia della documentarista italiana Michela Occhipinti già passato allo scorso Festival di Berlino. Flesh Out è ambientato in Mauritania e racconta di Verida, promessa sposa dalla sua famiglia a uno sconosciuto e per questo forzata a una dieta che le permetterà di acquisire il peso necessario a diventare un “dono” consono per lo sposo. Nonostante la ragazza sia attaccata alle proprie radici, quando lo sforzo diventa pian piano tortura, ecco che la ribellione al sistema coercitivo impostole diventa necessaria. Messa in scena con il giusto distacco, la storia di Verida diventa ben presto emblematica nella sua dimensione veristica. L’equilibrio tra rappresentazione realistica e dramma psicologico tiene per tutto il film fino alla bella inquadratura di chiusura, capace di farsi metafora elegante senza straripare nell’estetismo incongruente. Flesh Out è un film preciso, sincero, lucido nel suo voler denunciare un sistema oppressivo. Michela Occhipinti ha mostrato uno sguardo non invasivo eppure personale.

Antoine Fuqua ha diretto per la HBO il documentario What’s My Name: Muhammad Ali, dedicato alla leggenda del pugilato e prodotto tra gli altri da LeBron James. Molto materiale inedito, un approccio decisamente “politico” alla figura di Ali e la consumata abilità del cineasta nel saper produrre intrattenimento attraverso musica, montaggio e movimenti di macchina da presa fanno delle due ore del documentario uno spettacolo avvincente, pur senza incensare inutilmente la figura del pugile. Probabilmente What’s My Name: Muhammad Ali non aggiunge moltissimo a quanto già sappiamo – e amiamo - dello sportivo scomparso nel 2016, ma rimane un gran divertimento da guardare, e a tratti riesce anche a esaltare lo spettatore.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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