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Tribeca Film Festival 2018: la rassegna newyorkese si chiude nel segno di Martin Freeman

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L'attore ci ha regalato l'ennesima, memorabile interpretazione nell'horror Cargo, produzione Netflix

Tribeca Film Festival 2018: la rassegna newyorkese si chiude nel segno di Martin Freeman

Volendo trovare un denominatore comune capace di regalare identità a una kermesse cinematografica, probabilmente il migliore è rappresentato dalla volontà di indagare e raccontare il nostro presente, mostrandone le contraddizioni spesso laceranti. Anche l’edizione del Tribeca Film Festival appena conclusa si è mossa in questa direzione, confermando la progressiva crescita della manifestazione. La qualità media delle opere presentate per il terzo anno consecutivo ha pienamente convinto, con alcuni “picchi” degni di nota, inseribili nel cosiddetto cinema di genere ma capaci di travalicarlo e parlare a un pubblico più ampio. Nel riassunto che ogni anno vi proponiamo da New York ecco i titoli che ci hanno maggiormente soddisfatto.

 Il lungometraggio più convincente visto al Tribeca Film Festival 2018 è stata l’ennesima rivisitazione dello zombie-movie Cargo, diretto da Ben Howling e Jolanda Ramke. Nelle lande infinite dell’Australia un padre tenta a tutti i costi di salvare la propria neonata dall’epidemia che ha trasformato gli esseri umani in mostri cannibali. Il film sfrutta magnificamente gli spazi immensi dell’ambientazione per accentuare il dramma di esseri umani persi, anime ancor più desolate del mondo che li circonda. Il discorso ambientalista di Cargo si trasforma addirittura in politico quando, sfruttando una sceneggiatura molto bene cesellata, affronta neppure troppo in sottofondo il dramma dello sfruttamento degli aborigeni, abitanti originari di una terra che ora sono costretti a vivere come minoranza discriminata. Nel cuore però Cargo rimane un dramma familiare con un protagonista eccellente, Martin Freeman, sempre più capace di tratteggiare con emozione la vita interiore dei suoi personaggi grazie magari a un solo minimo cenno del capo. Il suo lavoro in sottrazione si rivela enormemente più sottile e convincente di molti colleghi più blasonati di lui. Ci troviamo davvero di fronte a uno dei migliori interpreti della sua generazione, capace di passare dai blockbuster della Disney/Marvel a film più piccoli e personali come questo con una coerenza artistica impressionante. Cargo è una produzione Netflix, quindi dovrebbe arrivare almeno sulla piattaforma anche in Italia.

Possibile che un documentario su una scarpa da ginnastica possa emozionare, se non addirittura esaltare? Sì, se si tratta della leggendaria Air Jordan. Unbanned: The Legend of AJ1, scritto e diretto da Dexton Beboree, racconta come lo storico accordo economico tra la Nike e l’allora esordiente Michael Jordan cambiò non soltanto la storia della pallacanestro a livello economico e di immagine, ma in qualche modo contribuì a rivoluzionare lo status quo della società americana, che per la prima volta vedeva un afroamericano come protagonista assoluto di un progetto industriale di proporzioni così grandi. Montato con efficacia indiscutibile, Unbanned è un documentario evidentemente schierato e partigiano, e non fa nulla per nasconderlo. Molti aspetti più scomodi del successo e della rivoluzione della Air Jordan sono affrontati di sfuggita o addirittura tralasciati, ma rimane indubbio che il progetto al tempo stesso centra alcuni discorsi fondamentali per comprendere il razzismo (ancora)  strisciante in America, il quale è costantemente di natura economica. Uno spaccato della storia della cultura dell’immagine a stelle e strisce a cui hanno partecipato tra gli altri Michael B.Jordan, Jason Sudeikis, Quincy Jones e ovviamente Spike Lee, che per la Nike diresse i commerciali più importanti con “His Airness”. Quando musica, montaggio, un pizzico di retorica ma soprattutto le immagini di repertorio di Jordan che volava a canestro colpiscono il pubblico, è praticamente impossibile non emozionarsi, anche se non si è appassionati di basket.

Untogether di Emma Forrest è un ritratto psicologico di due coppie alla deriva che parte in maniera ordinaria per farsi progressivamente sempre più lucido e toccante. Sullo sfondo una Los Angeles dispersiva e fittizia, teatro perfetto per artisti che hanno perso la propria identità o l’hanno venduta per ottenere il successo. Il dolore sopito delle due protagoniste femminili, soprattutto quello dell’Andrea interpretata da Jemima Kirke, pian piano penetra sotto la pelle dello spettatore, che inizia a partecipare al loro dolore di vivere. Il cast è composto anche da Jamie Dornan, Lola Kirke e un ottimo Ben Mendelsohn, più leggero rispetto al solito ma comunque capace di risultare pienamente credibile. Un dramma sulla difficoltà di relazionarsi al prossimo, speso troppo presi dalle proprie insoddisfazioni.

Curioso, a tratti genuinamente assurdo si è rivelato Song of Back and Neck. Lo sceneggiatore, regista e protagonista Paul Lieberstein ha diretto una commedia dolceamara su un uomo qualunque che somatizza la sua frustrazione quotidiana in una schiena su cui porta il peso di tutti i suoi problemi. Tra situazioni paradossali e scene spassose il film, pur con alcune cadute di ritmo, tratteggia personaggi veri e momenti di difficoltà in cui ognuno di noi può rivedersi. Si ride con gusto, si parteggia per il simpatico perdente che - ovviamente con le dovute proporzioni - sembra un Buster Keaton contemporaneo, costantemente fuori fuoco e non allineato con l’ipocrisia dei nostri giorni.

Oltre ai titoli appena raccontati vogliamo anche segnalare due performance attoriali che si sono distinte, e cioè quella di Matt Smith in Mapplethorpe, biopic sul celeberrimo fotografo della comunità gay degli anni ’70 e ’80, e la dolcissima Léa Seydoux di Zoe, dramma romantico a tinte sci-fi di Drake Doremus. Due film di certo imperfetti ma impreziositi dalla competenza dei loro protagonisti.

Questo il meglio di quanto abbiamo potuto vedere al Tribeca Film Festival 2018, una rassegna che anno dopo anno sta trovando una sua identità ben precisa nel valorizzare il cinema indipendente americano e internazionale. 



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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