Tribeca Film Festival 2017: si chiude un'altra edizione pienamente riuscita

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Tribeca Film Festival 2017: si chiude un'altra edizione pienamente riuscita

Anche la seconda parte del Tribeca Film Festival ha confermato un livello medio delle opere presentate decisamente più elevato rispetto alle edizioni precedenti a quella del 2016, considerabile a questo punto l’anno della svolta. Giunti alla fine dell’edizione 2017 possiamo testimoniare con soddisfazione che la kermesse cinematografica diretta da Robert De Niro e Laura Rosenthal si sta definitivamente affermando come uno degli appuntamenti più importanti del calendario dei festival nordamericani. Forse non ancora come vetrina di lusso per il posizionamento dei film sul mercato ma senza dubbio riguardo la qualità dei prodotti selezionatiTra i lungometraggi più riusciti visti in questi ultimi giorni il primo a meritare segnalazione è il dolcissimo The Clapper (foto) commedia romantica sui generis diretta da Dito Montiel, finalmente ispirato come non gli capitava da Guida per riconoscere i tuoi santi. Protagonista del film è Eddie Krumble (Ed Helms), uomo senza qualità che si guadagna da vivere lavorando come comparsa in show televisivi. Il suo amore non confessato è la giovane Judy, altra persona ai margini della società losangelina che lavora in una stazione di benzina. La loro storia d'amore si complica notevolmente quando Eddie diventa suo malgrado una star televisiva...Echi di Ed TV di Ron Howard, un pizzico di critica al cinismo del mondo dello spettacolo ma soprattutto uno studio di personaggi gentili e comuni nella loro inadeguatezza quotidiana. Principalmente nella prima parte The Clapper è un film toccante, capace di intenerire grazie anche all'efficacia di Helms e di una Amanda Seyfried secondo noi alla miglior prova della sua carriera.

Cambiando totalmente tono, sia nel racconto che nella messa in scena, passiamo a raccontare Super Dark Times, dramma nerissimo su due adolescenti amici per la pelle i quali si trovano ad affrontare le conseguenze psicologiche di un tragico incidente che li vede vittime e insieme carnefici. Il regista Kevin Phillips fin da subito si dimostra molto attento nel delineare la vita interiore dei due personaggi, e quando il film scivola dal melodramma dentro il thriller lo sfasamento che ne deriva si rivela per lo spettatore ipnotico. Il risultato complessivo è un lungometraggio cupissimo ma impossibile da abbandonare, intenso e coerente nella messa in scena. Nello stesso giorno è stato presentato alla stampa un prodotto in qualche modo simile, uno dei "casi" del Tribeca 2017: My Friend Dahmer, adattamento cinematografico del comic book omonimo di Derf Backderf, che al liceo fu compagno di classe del celeberrimo serial killer al centro della vicenda. Il racconto dell'adolescenza di Dahmer, personalità borderline e insieme accostabile a quella di tanti giovani comuni, risulta altalenante soprattutto perché cerca spesso di rimanere (troppo?) distaccato rispetto al tema trattato. Il protagonista appare alla fine interessare più perché conosciamo le sue gesta future che come personalità ben delineata. My Friend Dahmer si rivela un film compiuto nella descrizione di un microcosmo capace di contenere e magari anche nutrire il "mostro" che può nascondersi dentro qualsiasi essere umano, ma quando a mero valore cinematografico il risultato avrebbe potuto essere decisamente più esplosivo. Probabilmente ha nuociuto alla visione del film essere arrivata subito dopo il disturbante Super Dark Times.

Il Tribeca FIlm Festival ha anche offerto una vasta selezione di documentari. Il più riuscito ed esilarante è stato di gran lunga Gilbert, ritratto sincero e gentile di uno degli stand-up comedian più amati negli States, Gilbert Gottfried. Personalità insolitamente riservata, totalmente antitetica rispetto al suo chiassoso personaggio pubblico, Gottfried ha coraggiosamente raccontato nel lavoro diretto da Neil Berkeley la sua vita di tutti i giorni fatta di viaggi un pullman (l’attore è notoriamente parsimonioso in fatto di spese...), di battute al vetriolo ma soprattutto dedicata a una famiglia costruita quando proprio non si aspettava più di poterne avere, e che ama più di sé stesso. Il risultato dell'operazione è eccellente, umanissimo, dolce nella sua quotidiana assurdità. Davvero una delle perle più preziose del festival di quest'anno. Meritevole di segnalazione anche Julian Schnabel: A Private Portrait, documentario sull’artista/regista diretto da Pappi Corsicato. Una testimonianza sincera e sentita di una delle personalità artistiche più influenti nel mondo dell’arte contemporanea.

Violentissimi, non particolarmente originali dal punto di vista narrativo ma superbi nella forma filmica si sono rivelati Pilgrimage di Brendan Muldowney e Psychopaths di Mickey Keating. Il primo è un dramma ambientato nelle terre incontaminate dell'Irlanda medievale, dove un gruppo di monaci deve suo malgrado trasportare una sacra reliquia perché ispiri i soldati diretti a farsi macellare nell'ennesima Crociata. Il regista sfrutta al meglio i bellissimi paesaggi naturali rafforzandone la forza drammatica con musiche opprimenti. Il cast è di tutto rispetto: Tom Holland, Richard Armitage, John Lynch e soprattutto Jon Bernthal in un ruolo del tutto fisico. Dopo la magnifica prova di Sweet Virginia (ne abbiamo parlato nel precedente articolo sul Tribeca), un'altra interpretazione che conferma la sua presenza scenica sempre più convincente. Pilgrimage si muove sui binari di una storia consolidata e probabilmente già sfruttata in questo tipo di produzioni, ma l'effetto complessivo è capace di rimanere impresso, e la metafora storico/politica che si cela dietro la vicenda colpisce nel segno. Omaggio squinternato a tanto cinema di serial killer - Assassini nati di Oliver Stone pare il referente principale insieme ai lavori più ipnotici di David Lynch - Psychopaths è un calderone di suggestioni visive che si regge su un canovaccio risibile ma che contiene immagini potentissime. Quasi non serve seguire una trama che non esiste, basta lasciarsi sedurre dalla messa in scena di Keating, davvero abile a lavorare con la composizione delle inquadrature, le luci e il ritmo nella narrazione. Psychopaths si rivela ben presto un puzzle visivo disturbante e insieme attraente, uno dei lungometraggi più bizzarri visti qui al Tribeca '17.

Chiudiamo la carrellata di film visti con il nuovo film di SABU Mr. Long (Ryu san), crime-movie stilizzato nelle scene d’azione e prezioso nel racconto intimista della piccola comunità che accoglie il killer costretto a nascondersi dopo essere stato tradito. Più del genere è lo studio dei personaggi a impreziosire il lavoro di SABU, molto abile a gestire le atmosfere elegiache per squarciarle poi con momenti di violenza sanguinosa. Il risultato è notevole, e conferma il talento in particolar modo visivo del cineasta giapponese.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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