Tribeca Film Festival 2017 come sempre all'insegna del cinema indipendente

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Tribeca Film Festival 2017 come sempre all'insegna del cinema indipendente

Dopo la notevole edizione del 2016 il Tribeca Film Festival sembra continuare nel processo di snellimento del cartellone dei lungometraggi presentati, focalizzando sempre più l’attenzione sulla qualità del prodotto invece che sulla quantità. In base a quanto presentato in questi primi giorni l'operazione sta funzionando: l'efficacia di molti dei film visti fino ad ora, sia nella capacità di racconto che nell'attenzione alla forma, conferma che questa rassegna di cinema indipendente sta finalmente conquistando una sua fisionomia precisa.

Partiamo dunque con il menzionare i due prodotti migliori visti prima metà del TFF 2017. Il primo si intitola Sweet Virginia (foto sopra), diretto da Jamie B. Dagg. Poggiato su un'impalcatura narrativa che ricorda alcuni intrichi narrativi dei fratelli Coen, quelli più "neri" di Blood Simple o Non è un paese per vecchi, questo noir livido e rarefatto mostra la forza di una visione di cinema possente, che gestisce l'eleganza delle immagini con un ritmo narrativo capace di sviscerare al meglio anche l'anima interiore dei personaggi. Ecco così che il cast di attori riesce a dare il massimo in parti corpose e commoventi: Rosemarie DeWitt, Imogen Poots ma soprattutto un Jon Bernthal monumentale impreziosiscono un prodotto di genere che si dimostra capace di trascendere lo stesso e diventare cinema autoriale nel senso migliore del termine.

Altra grossa sorpresa si è rivelato l'irriverente e umanissimo A Thousand Junkies, commedia nera che segue la giornata di tre sbandati alla ricerca della necessaria dose di crack. Il regista Tommy Swerdlow fin dal principio dimostra di non voler realizzare un'apologia dei tre antieroi ma neppure li giudica. Attraverso la pura, asciutta messa in scena dell'assurdità delle situazioni A Thousand Junkies propone un ritratto spiritoso e vero di anime perse, a modo loro innocenti nella loro debolezza. Il tono è sempre leggero ma mai superficiale, capace di irretire lo spettatore costringendolo a osservare la storia evitando qualsiasi preconcetto sul tema trattato.

La prima parte del Tribeca Film Festival ha anche parlato al femminile, grazie soprattutto a un gruppo di giovani attrici e dei loro personaggi sfaccettati. Juno Temple e Julia Garner hanno esplorato il dolore della perdita nel gentile One Percent More Humid diretto da Liz W. Garcia. Racconto di un'estate di provincia, tra bar e piccole università, il film tratteggia con delicatezza e sincerità il trauma delle due giovani amiche, vittime di un incidente stradale in cui ha perso la vita la terza ragazza del loro circolo del cuore. A completare il cast Giovanni Ribisi e Maggie Siff, una delle protagoniste della serie TV Billions. A soli ventidue anni Quinn Shepard ha diretto e interpretato Blame, melodramma di ambientazione liceale dove due compagne di classe del tutto diverse tra loro si contendono l'attenzione del nuovo professore di teatro, a cui ha dato volto il sempre affidabile Chris Messina. Piuttosto che la descrizione della protagonista Abigail a interessare maggiormente è la rivale Melissa, classica "mean girl" solidamente inscenata da Nadia Alexander. Pur senza brillare per originalità Blame merita segnalazione per la maturità (sorprendente) della messa in scena, che avrebbe potuto scivolare spesso e volentieri nel soap-opera con pretese artistoidi mentre rimane invece precisa ed efficace. Tale equilibrio non si trova invece in Flower di Max Winkler, opera che parte con i toni della commedia familiare ma nella seconda parte si trasforma in un crime-drama non perfettamente sviscerato nelle sue potenzialità. Il grosso merito del film è però quello di confermare la freschezza della protagonista Zoey Deutch, che soprattutto nei duetti con sua madre Kathryn Hahn regala al pubblico una prova d'attrice degna di nota.

Originale l'approccio di Thumper al thriller psicologico: questa volta il poliziotto che si infiltra sotto copertura in una banda di spacciatori è una ragazza, la quale pian piano inizia a provare troppa empatia con i piccoli spacciatori di strada, quelli che ancora vanno al liceo e sognano un giorno di poter scappare da una vita fatta di povertà e sogni spezzati. Jordan Ross dirige un dramma asciutto e preciso, aiutato nell'intento dalla prova molto convincente della sconosciuta protagonista Eliza Taylor, lodevole nel regalare volto e corpo credibili a una figura femminile dolente, dilaniata e umanissima.

Tra le produzioni straniere invitate al Tribeca Film festival più di una si è segnalata per freschezza e inventiva. Lo svizzero Die göttliche Ordnung (The Divine Order) è ad esempio una commedia briosa e non scontata sulla conquista del diritto di voto da parte delle donne, avvenuto soltanto nel 1971 nel paese transalpino. La storia è delineata adoperando come set principale un paesino bigotto e conservatore, dove una casalinga pian piano si ribella all’ordine costituito e diventa una paladina della rivolta femminile, del diritto all’emancipazione. Favoletta edificante che sa però essere anche sulfurea al punto giusto, il film di Petra Biondina Volpe si inserisce dentro i canoni della commedia dalla struttura classica che sfrutta messa in scena in costume e situazioni già viste con freschezza e uno sguardo vagamente stralunato. Cinema di genere piacevole e intelligente. Lo stesso si può dire per il sorprendete Rock’n Roll diretto da Guillame Canet, attore/regista che questa volta esplora i toni leggeri per mettere in scena se stesso (insieme alla sua compagna Marion Cotillard) ma soprattutto la crisi causata dal non essere più una giovane promessa del cinema francese, e forse ancor di più dal non essere mai stato il sex-symbol ribelle e “maledetto” che tanto si addice ai giovani attori d’oltralpe. La prima parte del film, senza dubbio la più riuscita, si sviluppa con leggerezza e forte dose di autoironia, mentre la seconda sconfina con coraggio dentro i confini del paradosso grottesco. In complesso, anche se non perfettamente calibrato nei toni, il film di Canet risulta un’idea frizzante confezionata con originalità, condita con un tocco assurdo che, anche quando lascia interdetti, non passa di certo inosservato. Atro piccolo teatro dell’assurdo risulta Holy Air dell’israeliano Shady Srour. Al centro del suo film si trova Adam, cristiano arabo che vive a Nazareth e deve affrontare il suo terrore più grande: l’imminente paternità. In una terra di nessuno dove culture, religioni e paradossi si mescolano senza soluzione di continuità, il regista/protagonista costruisce sul suo volto barbuto e incredulo un film ispirato, dai tempi comici ottimamente calibrati, capace di sfruttare con sapienza tutte le implicazioni e le idee che mette in scena. In alcuni momenti il rimando esplicito pare il cinema sempre geniale di Elia Suleiman, e questo è senza dubbio un gran complimento per il lungometraggio diretto da Srour.

Totalmente scentrato risulta infine The Dinner, nuova regia di quell’Oren Moverman che invece aveva dimostrato discreta lucidità artistica con Oltre le regole e Gli invisibili. Il suo nuovo film, tratto dal romanzo di Herman Koch, mette davvero troppa carne al fuoco a livello narrativo e, fattore anche più grave, non trova un’idea di messa in scena che contenga la storia dentro i binari del verosimile. Ecco allora che il quartetto d’eccezione composto da Richard Gere, Laura Linney, Rebecca Hall e Steve Coogan si ritrova a gigioneggiare dentro un ambiente teatrale “rotto” da flashback e dissolvenze incrociate la cui estetica diventa molto presto ridondante. L’idea alla base del film avrebbe potuto essere un intrigante spaccato sulla corruzione morale del nostro oggi, il risultato è invece un condensato di sottolineature che non permettono mai di entrare nel cuore del film.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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