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Tribeca Film Festival 2016: i migliori film di un’edizione da ricordare

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Tra le star della kermesse Kevin Spacey, Michael Shannon, Tom Hanks, Ethan Hawke e molti altri

Tribeca Film Festival 2016: i migliori film di un’edizione da ricordare

Dopo alcune edizioni non certo memorabili il Tribeca Film Festival è finalmente riuscito a trovare il modo per (ri)dare voce la cinema americano più piccolo e indipendente. Una serie di lungometraggi differenti tra loro per genere, tono ed estetica è stata invece accomunata dall'attenzione alla forma narrativa e alla specificità intrinseca dei personaggi. Ecco allora una galleria composita di opere in cui storia e psicologie hanno colpito nel segno, decretando finalmente il successo del festival patrocinato da Robert De Niro e Jane Rosenthal.

Notevole prodotto di genere si è ad esempio rivelato Detour, diretto da quel Christoher Smith che in precedenza si era fatto notare per un paio di horror a basso budget quali Creep e Severance. Questa volta siamo invece dalle parti del noir, incentrato su un improbabile triangolo formato da tre giovani personalità, differenti tra loro ma ugualmente problematiche. Un trama che omaggia Alfred Hitchcock, una messa in scena che invece strizza l'occhio ai road movie di David Lynch, Detour ha il suo punto di forza in una sceneggiatura che riesce a tratti a sorprendere pur muovendosi dentro binari conosciuti e a un trio di attori emergenti quali Tye Sheridan, Bel Powley ed Emory Cohen, con quest'ultimo - già apprezzato in Brooklyn - che quanto ad efficacia la spunta di una spanna sui pur valevoli altri due.

L'animazione underground made in USA sa ancora essere disturbante e corrosiva, soprattutto se a realizzarla è uno sceneggiatore non allineato come Andrew Kevin Walker, in passato autore di copioni innovativi quale ad esempio quello di Se7en. Con Nerdland lo scrittore si dedica al sottobosco dello showbusiness losangelino, seguendo le gesta iperboliche e sconclusionate di due amici decisi a tutti i costi a ottenere i loro quindici minuti di fama. Attraverso il loro sguardo avvelenato e superficiale il film disegna un'umanità ormai impossibilitata a distinguere veri valori da falsi modelli, affogata dai media e dai loro messaggi ambigui. Il film spesso vacilla, scricchiola, ma rimane sempre un oggetto ipnotico, controverso, a tratti spumeggiante. Un'opera magari del tutto compiuta ma vitale e intrigante, che rispecchia in pieno l'idea di racconto e metaforicamente anche la carriera ondivaga di Walker.

Parte come una commedia nerissima e spassosa Ema (Mother), film estone diretto dalla regista Kadri Kousaar. La protagonista Tiina Malberg sembra uscita direttamente da un film di Aki Kaurismaki, impegnata nel tratteggiare una figura di madre e casalinga che dietro la routine giornaliera tenta di smascherare il marciume di una vita non poi così comune. Il film soprattutto nella prima parte è bizzarro e molto spiritoso, peccato che con il procedere della storia tiri un po' troppo per le lunghe alcune situazioni e finisca per lasciar evaporare almeno in parte la freschezza e l'effervescenza del prodotto, che rimane comunque più che degno di interesse.

Anche se non riesce ad evitare del tutto un pizzico di retorica dei sentimenti, The Devil and the Deep Blue Sea è forse il film più commovente visto qui al Tribeca Film Festival 2016. Merito soprattutto dell'affiatamento tra i due protagonisti Jason Sudeikis e Maisie WIlliams, entrambi in ruoli diversi da quelli in cui li abbiamo visti fino ad oggi. Il lato malinconico si fonde con discreta efficacia con i toni più leggeri, regalando al pubblico una commedia melodrammatica di sicura presa emotiva. Sudeikis dimostra di poter discostarsi con scioltezza dalla commedia più ridanciana, soprattutto quando deciderà di sfruttare con più sicurezza la sua fisicità non scontata.

Si può ancora sfruttare il filone dei morti viventi per mettere in scena qualcosa di nuovo ed efficace? La risposta pienamente affermativa arriva dallo statunitense Here Alone di Rod Blackhurst, dramma rarefatto e molto preciso sulla solitudine dell'isolamento, sul dolore della perdita e sul pericolo della speranza. Sfruttando al meglio la fisicità e lo sguardo potente della protagonista Lucy Walters, il regista costruisce un puzzle psicologico dove alla tensione si accompagna un ritratto verissimo e dolente di caratteri e sentimenti. Tutta la prima parte del film è perfetta nei ritmi del racconto e nello sfruttare al massimo le risorse contenute di un prodotto a basso budget. Ogni soluzione adottata funziona a meraviglia, in un crescendo drammatico che forse poteva condurre verso emozioni più estreme ma che non inficia il risultato finale di un film magnetico e disperato.

Più che discreta la rappresentazione di caratteri e situazioni che propone il buddy movie Folk Hero & Funny Guy dell'esordiente Jeff Grace. Due amici di lunghissima data, l'uno cantante di successo e l'altro comico in difficoltà, decidono di unire le forze per un tour che rinsalderà la loro amicizia e la fiducia reciproca. Salvo poi minare nelle fondamenta il rapporto tra i due, a causa ovviamente di una ragazza. Anche se non nuovissimo nell'idea il film si sviluppa con simpatia e buon ritmo, senza cercare ostinatamente l'effetto comico. Curioso notare come Wyatt Russell abbia praticamente lo stesso personaggio in Tutti vogliono qualcosa, nuovo film di Richard Linklater tra poco anche nelle sale italiane.

Commedia dell'assurdo in superficie, ritratto malinconico nel profondo si è rivelato invece Elvis & Nixon di Liza Johnson, messa in scena semiseria dello storico e misterioso incontro tra i due pittoreschi personaggi avvenuto pochi giorni prima del Natale 1970. Due attori istrionici come Michael Shannon e Kevin Spacey hanno dato vita a due icone che dietro la maschera nascondono il loro senso di solitudine e inadeguatezza. Il risultato è a tratti spassoso soprattutto perché non forza mai le situazioni ma lascia che sia l'assurdità della storia stessa a generare ironia. A completare l'ottimo risultato un cast di supporto eccellente in cui spiccano Colin Hanks forbito al punto giusto e un Alex Pettyfer alla sua miglior prova fino ad oggi.

Enorme sorpresa si è rivelato Poor Boy, spaccato viscerale dell'America dei grandi spazi, dove si muovono in mezzo a una povertà non solo economica figure alla deriva. Eppure c'è chi continua a lottare per sbarcare il lunario, per arrivare alla fine della giornata, e se ci riesce con un sorriso a metà tra l'ingenuo e l'inquietante ancora meglio. Il film dell'esordiente Robert Scott Wildes è grezzo, sgrammaticato, eppure vitale, pieno di energia dolorosa. Si ride spesso dei due fratelli protagonisti, ma alla fine si parteggia per la feroce ingenuità con cui affrontano la vita. Lou Taylor Pucci è bravissimo, Michael Shannon (ancora lui) in un cammeo lascia il segno, ma la vera sorpresa è il coprotagonista Dov Tiefenbach, corpo esile e sguardo allucinato su un mondo senza più appigli morali o psicologici, tranne quelli del proprio sangue. Film ipnotico.

La qualità principale di The Phenom è quella dell'approccio. Nel dramma che racconta le vicissitudini di una giovane promessa del baseball alle prese con la pressione del passaggio al professionismo nulla è mai sopra le righe, non ci sono scene-madre di affettato senso drammatico. Il tormento del ragazzo, vessato da un padre-padrone interpretato da Ethan Hawke, è messo in scena con stringata verità. Anche il suo rapporto con lo psicologo Paul Giamatti non sfocia nell'amicizia catartica che di solito viene rappresentata al cinema. A metà tra un romanzo di Pat Conroy (la memoria torna a Il grande Santini) e alcuni echi di Will Hunting, il film di Noah Buschel - aveva presentato al Tribeca 2014 il suo interessante Glass Chin con Corey Stoll e Billy Crudup - si rivela efficace proprio perché molto trattenuto. È lo spettatore a dover riempire i vuoti drammatici sapientemente lasciati dal lungometraggio.

A Hologram for the King di Tom Tykwer, tratto dall'omonimo romanzo di Dave Eggers, vorrebbe essere una sorta di Aspettando Godot americano, e riflettere sullo stato di vuoto in cui si trovano oggi gli Stati Uniti come potenza economica mondiale. Il film ci riesce solo a metà, poiché rispetto al testo di Eggers non possiede la stessa stralunata rarefazione. Tykwer come al solito tende ad accelerare un po' troppo il ritmo del racconto, perdendo il senso dell'assurdo che invece era necessario. Il film però rimane piacevole, vagamente stralunato, sorretto da un ottimo Tom Hanks. Film che gira in tondo senza trovare una vera direzione, ma questo probabilmente era il senso stesso del romanzo di Eggers e quindi anche della sua trasposizione cinematografica.

Tra gli ultimi film presentati anche Mr. Church, ritorno alla regia di Bruce Beresford che vede protagonista un misurato Eddie Murphy. L’assonanza, seppur lontana, è proprio quello di A spasso con Daisy, film di Beresford premiato con l’Oscar nel 1989. Storia di crescita personale e devozione agli affetti familiari, il prodotto si segnala per una gentilezza del tocco e una malinconia di fondo piuttosto convincenti. Il merito va attribuito soprattutto al protagonista, qui di fronte a una delle prove più riuscite della sua carriera proprio perché improntata alla sottrazione. 

Questi i lungometraggi che abbiamo maggiormente apprezzato al Tribeca Film Festival durante dieci giorni di cinema che hanno confermato l'ottimo lavoro di selezione da parte degli organizzatori. 



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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