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Tribeca Film Festival 2015: un altro anno di occasioni mancate?

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Virgin Mountain trionfa in un'edizione in crescita ma non ancora capace di competere con i grandi festival

Tribeca Film Festival 2015: un altro anno di occasioni mancate?

Un festival in continua crescita ma non ancora in grado di competere con le maggiori manifestazioni di cinema internazionali. Una kermesse che sembra costantemente improntata ad accontentare il pubblico newyorkese piuttosto che cercare di trovare una possibilità di affermazione che vada oltre i confini della Grande Mela. Questo è in sintesi il giudizio sul Tribeca Film Festival 2015. Il disinteresse quasi totale - e purtroppo reiterato negli anni - nel tentare di coinvolgere la stampa internazionale è uno degli aspetti su cui a nostro avviso la direzione dell manifestazione deve porre il necessario riparo per sviluppare le proprie potenzialità.

È indubbio che rispetto alle precedenti edizioni quella appena conclusa sia stata migliore: la qualità media delle opere selezionate è salita notevolmente, soprattutto sotto l'aspetto estetico. Nei precedenti giorni di programmazione non si sono visti o quasi lunometraggi eccessivamente influenzati dalla povertà del budget o della produzione, come invece era spesso successo in precedenza. Certo, poi questo non rende necessariamente un lungometraggio degno, come anche quest'anno abbiamo potuto accertare. Un altro fattore che ha accresciuto la qualità complessiva del TFF è stata l'attenzione al genere cinematografico rispetto al cosiddetto "film d'autore". A rimanere impresse infatti sono state alcune commedie sboccate quale Sleeping With Other People, oppure leggermente più sofisticate come Man Up. Da segnalare anche un thriller psicologico piuttosto riuscito, Emelie, interpretato da un'ambigua e molto efficace Sarah Bolger. Quando invece il cinema ha percorso la strada del melodramma più intimista, si sono avuti purtroppo due notevoli fallimenti come Meadowland con Olivia Wilde e soprattutto il presuntuoso Bleeding Heart con Jessica Biel.

Due sono gli elementi che anche quest'anno sono mancati al Tribeca Film Festival per compiere il vero e proprio salto di qualità: l' attenzione al cinema straniero e la presenza di un vero e proprio lungometraggio capace di connotare la rassegna. Per quanto riguarda il primo problema, a parte il notevole danese-islandese Virgin Mountain (nella foto) diretto da Dagur Kári – che non ha caso ha vinto il premio come miglior film e quello per l’attore, Gunnar Jònsson - si sono visti pochissimi altri film degni di nota provenienti da altri paesi. Sotto questo punto di vista almeno l'Italia con Hungry Hearts, Vergine giurata (premio Nora Ephron per la sceneggiatura) e Meraviglioso Boccaccio si è difesa con dignità sia per numero di opere mostrate che, cosa più importante, per la loro discreta qualità. Da segnalare anche lo squilibrato ma evocativo Bridgend, coproduzione tra Danimarca, Regno Unito e Stati Uniti che ha regalato alla giovane protagonista Hannah Murray il premio come miglior attrice.

La possibilità di avere in cartellone opere di cui si sarebbe potuto parlare nei mesi a venire a dire il vero quest'anno si è presentata con Slow West con Michael Fassbender e Maggie con Arnold Schwarzenegger. Sebbene il primo sia comunque un film interessante e tutto sommato valevole, allo stesso tempo difficilmente si imporrà nel prossimo futuro come uno dei lungometraggi più importanti dell'anno. Il discorso diventa ancor più radicale per Maggie, che possiede un'ottima idea di partenza ma la spreca quasi del tutto concentrandosi troppo sul melodramma familiare ed evitando di cavalcare il genere molto specifico a cui appartiene, lo zombie-movie. Questi due titoli sono in qualche modo esemplari del fatto che il Tribeca Film Festival riesce magari anche ad attirare nomi di importanza internazionale come le due star appena citate, ma mai per prodotti realmente fondamentali nella loro carriera. Il glamour, il cosiddetto "buzz" di altre manifestazioni nordamericane quali Toronto e il New York Film Festival, oppure dei festival europei, è incredibilmente più forte, motivo per cui sono ancora enormemente avvantaggiati quando si tratta di accaparrarsi titoli di prim'ordine.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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