Tribeca Film Festival 2014: finalmente buoni film (anche italiani)

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Tribeca Film Festival 2014: finalmente buoni film (anche italiani)

Dopo due edizioni che è eufemistico definire in tono minore riguardo la qualità dei lungometraggi presentati in cartellone, l'edizione 2014 del Tribeca Film Festival sembra decisamente migliore delle precedenti. Nei primi giorni si sono infatti potuti vedere lavori improntati sull'efficacia della storia narrata, sgombri da inutili velleità pseudo-autoriali e invece diretti verso un cinema semplice, efficace, ben costruito e realizzato.
Solido e commovente dramma carcerario si è rivelato Starred Up, diretto da quel David Mackenzie che circa una decina di anni fa si era fatto notare per Young Adam. Duro senza essere forzatamente brutale, incentrato su un rapporto padre-figlio delineato con dolorosa verità, il film ha il suo miglior pinto di forza nella prova del giovane protagonista Jack O'Connell - appena visto il 300 L'alba di un impero - e in un Ben Mendelsohn che si sta confermando uno dei migliori caratteristi in circolazione. Sono loro e gli altri comprimari perfetti a rendere Starred Up degno di paragone con altri recenti ottimi film come Hunger di Steve McQueeen o Il profeta di Jacques Audiard.




Tutt'altra è invece l'atmosfera intimista e verissima che pervade Alex of Venice, esordio alla regia di Chris Messina, altro attore emergente visto in American Life di Sam Mendes e in TV in The Newsroom. La storia è quella di una donna, avvocato ambientalista, che deve reinventarsi come madre, sorella e figlia dopo che suo marito decide di andarsene di casa. Un film che inizia, per ammissione dello stesso regista, strizzando l'occhio a Kramer contro Kramer ma poi si muove cercando il tono caldo e realistico dei film di Altman e Cassavetes. L'operazione riesce pienamente senza strafare: Mary Elizabeth Winstead ci regala la prima prova matura della sua carriera, riuscendo a emozionare con un solo sguardo. Accanto a lei meritano uguale applauso un Don Johnson ironico e toccante e lo stesso Messina in un ruolo minore. Quando il cinema indipendente americano riesce ancora a imboccare la via dell'intimismo e raccontare la dolcezza di personaggi di tutti i giorni, rimane ancora il migliore nel coniugare racconto e introspezione. e Alex of Venice lo conferma in pieno.



Un Paolo Virzì in gran forma, accompagnato da Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi, ha presentato al Tribeca il suo ultimo Il capitale umano, reduce dall'enorme successo di critica ottenuto in Italia. Anche al festival il film è stato accolto benissimo, e con pieno merito. La costruzione della storia che intreccia piani narrativi e temporali, la confezione molto curata, l'attenzione alla definizione di personaggi molto efficaci fanno di questo film uno dei migliori che il nostro cinema ha sfornato negli ultimi anni. Senza dubbio il più riuscito nella filmografia del regista toscano. Una curiosità sulla lavorazione: lo stesso Virzì ci ha confessato di aver girato un altro finale che poi ha deciso di non montare, una scena in cui il personaggio di Carla (Valeria Bruni Tedeschi) corre via scalza attraverso la campagna della Brianza, come a simboleggiare l’ultimo, disperato tentativo di uscire dalla gabbia dorata in cui suo malgrado (più o meno) è stata rinchiusa dagli eventi che hanno scandito la sua vita.



Ma il Tribeca 2014 non è stato purtroppo soltanto buoni film. Tra le delusioni di questa prima parte di festival dobbiamo segnalare Boulevard di Dito Montiel, che molti ricorderanno per il folgorante esordio di Guida per riconoscere i tuoi santi, con Shia LaBeouf, Channing Tatum, Rosario Dawson e Robert Downey Jr.. Protagonista del suo nuovo film è un Robin Williams sessantenne colletto bianco che una sera imbocca quasi per caso una nuova strada nella sua vita. Percorrerla comporta però ridiscutere tutto. L’istrione premio Oscar per Will Hunting – Genio ribelle è completamente fuori parte, e non lo aiuta il tono del film, troppo distaccato ed elegiaco. Non molto meglio fanno Toni Collette e un pur spassoso Thomas Haden Church in Lucky Them, commedia dolceamara che non riesce a trovare un suo tono specifico e un vero momento di empatia col pubblico. Un prodotto che rimane simpatico ma mai veramente efficace, così come il dramma X/Y, incentrato su un gruppo di giovani newyorkesi alle prese con la propria confusione sociale, sessuale e sentimentale. Cinema derivativo e già visto molto meglio altrove.

 





Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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