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Trainspotting ci prende a schiaffi da 20 anni

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Perché ricordiamo il film culto di Danny Boyle e dove possiamo vederlo o rivederlo in streaming.


Trainspotting compie 20 anni. Il 23 febbraio del 1996 il film di Danny Boyle arrivava nei cinema, negli anni in cui, con Pulp Fiction poco prima e Fight Club poco dopo, i colpi sotto la cintura dello spettatore diventavano a un tempo il simbolo di un rinnovamento del cinema di massa e una rivolta più o meno volontaria verso prodotti preconfezionati.

Sia chiaro: immagine e contenuti aggressivi, ribellione, angoscia visionaria non li hanno di certo inventati questi cineasti, ma prima della metà degli anni Novanta gli ingenui come chi scrive, cresciuti a pane e Spielberg, difficilmente s'azzardavano a farsi travolgere da quel cinema che "aveva già dato". Parlo dell'horror anni Settanta e Ottanta, o dell'insofferenza presso i valori ereditati dal passato, che avevano animato cose come Easy Rider per i nostri genitori. Questa versione riveduta e corretta della controcultura ti prendeva alla sprovvista, se non avevi nemmeno vent'anni. Ancora di più se avevi vent'anni, non fumavi, non bevevi, eri noioso e tutta quest'ansia di ribellarti al sistema non l'avevi mica.

O non pensavi di averla. Danny Boyle è stato a volte criticato per il suo taglio registico furbo o effettistico, ma i primi minuti di Trainspotting, quel monologo di Mark Renton alias Ewan McGregor e quella corsa a perdifiato martellata dalle note di "Lust for Life" di Iggy Pop (1977, tanto per tornare al discorso dell' "avevano già dato")... non li puoi dimenticare. Personalmente lo vissi nel contesto perfetto: cineforum universitario della facoltà, età media del pubblico in ricezione perfetta delle ansie, delle paure e dei messaggi.

A nessuno faceva piacere immaginare di scivolare in quell'elenco: "Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo". Trainspotting, come il romanzo di Irwine Welsh da cui proveniva, cominciava prendendoti a schiaffi e non smetteva di farlo per tutta la sua durata: indimenticabili le mie reazioni (e quelle del resto della sala) al viscerale, surreale e perversamente poetico tuffo nel gabinetto, alla scena di sesso spiattellatta in faccia senza colpo ferire, all'incubo col bambino e alla sua successiva raccapricciante morte.

Eppure in quel voler essere disturbante non c'era il gioco fine a se stesso di un Tarantino (in fondo molto più rilassante), ma la forza disorientante e preziosa del messaggio ambiguo. Di quella costruzione narrativa che ti costruisce sull'eroina e sulla deriva il fascino dell'autodistruzione, ma che allo stesso tempo ti fornisce la necessaria quantità di strumenti per trovare una tua via, nel giudizio morale sulla storia e – cosa ancora più importante – su te stesso che l'hai guardata. Senza sconti, con un disagio reale che è allo stesso tempo eterno perché legato alla giovane età, e specifico, visto che mai la sceneggiatura dimentica il disagio scozzese sotto il dominio inglese. Parliamo di un copione di John Hodge che ricevette una nomination all'Oscar come migliore sceneggiatura non originale: magistrale il finale aperto che riprende beffardamente l'introduzione, con una morale enunciata e contraddetta allo stesso tempo. Tutti momenti che sono abbastanza a portata di click legale, visto che il film è disponibile in streaming anche in italiano su iTunes, Google Play, Chili e Wuaki.

Il qui presente giovane spettatore, in quel lontano 1996, tornando a casa accompagnando una compagna d'università, non pensò di doversi ribellare, men che mai di drogarsi (chi pensò che il film esaltasse le droghe, forse non l'aveva mai visto). Ma quella elettrizzante necessità di riflettere sull'esistenza, di prenderla per le corna con rabbia e calore, si concretizzò in una lunga conversazione con quella ragazza, riguardante i temi più disparati. No, non successe niente. Però a casa, senza sapere perché, tornai correndo.

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